« Lo prendo io. »
Pearl prese il piatto di Marty e travasò i resti su un piattino. « Per gli uccelli », spiegò e incominciò a caricare la lavastoviglie con i piatti sporchi, le padelle e tutto il resto. Marty si riempì nuovamente la tazza e la osservò mentre lavorava. Era una donna attraente; la mezza età le donava.
« Quante persone ci sono al servizio di Whitehead? »
« Il signor Whitehead », lo corresse gentilmente lei. « Persone? Beh, ci sono io. Io vado e vengo, come ti ho già detto. E c'è il signor Toy, naturalmente. »
« Nemmeno lui vive qui, vero? »
« Rimane solo quando fanno delle riunioni. »
« E una cosa regolare? »
« Oh, sì. Si tengono molte riunioni qui in casa. C'è sempre gente che va e che viene. È per questo che il signor Whitehead ci tiene tanto alla sua sicurezza. »
« Non va mai a Londra? »
« Non più », rispose lei. « Una volta andava spesso in aereo. A New York o ad Amburgo o da qualche altra parte. Ma adesso non più. Adesso resta chiuso qui e fa in modo che siano gli altri a venire da lui. Dov'eravamo rimasti? »
« Al personale. »
« Oh, già. Questa casa brulicava di gente. Di personale di sicurezza, di servi, di cameriere. Ma poi attraversò un brutto periodo. Pensava che qualcuno lo potesse avvelenare o ammazzare nel suo bagno. Per cui li ha licenziati tutti: senza molti problemi. Si sentiva più felice con pochi di noi; ha tenuto solo quelli di cui si fidava di più. In quel modo rimase circondato soltanto da gente che conosceva bene. »
« Ma lui non mi conosce. »
« Forse non ancora. Ma è intelligente: più di qualsiasi altra persona che mi sia mai capitato di incontrare. »
Squillò il telefono. Andò a rispondere. Marty già sapeva che doveva essere Whitehead. Pearl assunse un'espressione molto dispiaciuta.
« Oh... sì. È colpa mia. L'ho trattenuto con le chiacchiere. Subito. » Riappese immediatamente. « Il signor Whitehead ti sta aspettando. Sarà meglio che ti sbrighi. È con i cani. »
14
I canili erano alle spalle di un gruppo di casolari disabitati a duecento metri dalla casa principale. Una serie di capannoni sparsi e di recinti, costruiti a caso, senza nessuna preoccupazione estetica: erano orrendi.
Faceva freschino all'aria aperta e, attraversando l'erba ghiacciata in direzione dei canili, Marty rimpianse di non aver preso il maglione. Ma Pearl gli aveva trasmesso una certa fretta quando l'aveva mandato via, e lui non voleva che Whitehead - no, doveva abituarsi a pensare al signor Whitehead - stesse ad aspettare più a lungo di quanto già avesse fatto. Comunque, il grand'uomo sembrò indifferente al suo ritardo.
« Ho pensato di dare un'occhiata ai cani questa mattina. E poi forse potremmo fare una passeggiata per la tenuta, va bene? »
« Sì, signore. »
Whitehead indossava un pesante cappotto nero dal collo in pelliccia che gli riparava la nuca.
« Ti piacciono i cani? »
« Devo rispondere sinceramente, signore? »
« Naturalmente. »
« Non molto. »
« È stata morsicata tua madre o forse tu? » Ci fu un lampo divertito negli occhi rossi del vecchio.
« Nessuno dei due, che io ricordi, signore. »
Whitehead emise un verso. « Beh, dovrai fare conoscenza della mandria, Strauss, che ti piaccia o no. È importante che comincino a riconoscerti. Sono addestrati ad assalire qualsiasi intruso. Non vogliamo che facciano qualche errore. »
Da una delle capanne più grandi, emerse una figura con in mano un collare a strozzo. Marty dovette guardare due volte per capire se il nuovo arrivato fosse maschio o femmina. I capelli corti, l'eschimo malridotto e gli stivali erano cose che suggerivano una certa mascolinità; ma c'era qualche cosa nei lineamenti del viso che tradiva quell'illusione.
« Questa è Lillian. È lei che cura i cani. »
La donna annuì in segno di saluto senza nemmeno guardare Marty.
Al suo apparire numerosi cani - grandi alsaziani spettinati - emersero dai canili precipitandosi sui vialetti in cemento e cominciarono ad annusarla attraverso il recinto, scodinzolando in segno di benvenuto. Lei cercò di zittirli senza successo; iniziarono ad abbaiare, qualcuno si rizzò sulle zampe posteriori, arrivando all'altezza degli uomini, e appoggiandosi contro il recinto, ringhiavano furiosamente. Il baccano aumentò.
« State calmi », urlò la donna e all'improvviso si calmarono. Ma un maschio, il più grande, insisteva a stare appoggiato contro il recinto, in cerca di attenzione, finché Lillian non si sfilò il guanto di cuoio e infilò la mano attraverso il recinto per accarezzargli la pelliccia arruffata sotto la gola.
« Martin ha preso il posto di Nick », disse Whitehead. « D'ora in poi resterà qui con noi. Ho pensato che era il caso di fargli vedere i cani, in modo che facessero conoscenza. »
« Mi sembra giusto », rispose Lillian, senza entusiasmo.
« Quanti ce ne sono? », domandò Marty.
« Di adulti? Nove. Cinque maschi, quattro femmine. Questo è Saul », disse lei, parlando del cane che stava ancora accarezzando. « È il più vecchio e il più grande. Il maschio in quell'angolo è Job. È uno dei figli di Saul. Non sta molto bene adesso. »
Job stava seduto per metà nell'angolo del recinto e si stava leccando i testicoli con entusiasmo. Sembrava essersi accorto di costituire il centro dell'attenzione, alzò lo sguardo dalla toilette che stava effettuando per qualche secondo. In quello sguardo Marty captò tutte le espressioni che odiava in quella razza: la sfida, l'ambiguità, il risentimento mal mascherato nei confronti del padrone.
« Le femmine sono laggiù... »
C'erano due cani che trotterellavano su e giù per il recinto.
« ... la bionda è Dido e la mora è Zoe. »
Erano nomi ridicoli per degli animali così possenti; sembravano del tutto inadeguati. E sicuramente anche a loro non piacevano: con tutta probabilità la prendevano in giro alle sue spalle.
« Vieni qui », ordinò Lillian, rivolgendosi a Marty come se fosse uno dei cani. E, come loro, lui obbedì.
« Saul », disse lei all'animale dentro il recinto, « questo è un amico. Vieni qui », chiese poi a Marty, « non può annusarti se stai lontano. »
Il cane abbassò le zampe anteriori tornando in posizione normale. Marty si avvicinò al recinto con prudenza.
« Non aver paura. Vagli incontro senza timore. Fallo annusare per bene. »
« A loro non piace la paura », interloquì Whitehead. « Non ho ragione, Lillian? »
« Esatto. Se si accorgono che hai paura, sanno di poterti prendere. Non hanno pietà. Devi tenere duro. »
Marty si avvicinò al cane che lo guardava in tono di sfida: dovette distogliere lo sguardo.
« Se li guardi e poi distogli lo sguardo », consigliò Lillian, « li fai diventare aggressivi. Per ora lascia solo che ti annusi, così ti riconoscerà. »
Saul annusò le gambe di Marty compiendo poi più volte nervosamente il perimetro del recinto. Poi, apparentemente soddisfatto, trotterellò via.
« Bene », disse Lillian. « La prossima volta, senza recinto. E fra poco tempo giocherete insieme. » Sembrava divertita dal suo disagio, Marty ne era sicuro. Ma non disse niente; la seguì nel capannone grande.
« Adesso devi conoscere Bella », spiegò lei.
All'interno dei canili l'odore di disinfettante, di urina stantia e di cani era intollerabile. L'ingresso di Lillian venne salutato con ulteriori abbaiate e zampate. Il capanno era tagliato a metà da un vialetto affiancato, su entrambi i lati, da gabbie. Due contenevano ognuna una sola femmina, una molto più piccola dell'altra. Lillian per ogni gabbia che oltrepassavano decantava le particolarità dei cani che vi erano rinchiusi - i loro nomi e il loro posto all'interno dell'incestuoso albero genealogico. Marty ascoltava tutto quanto gli diceva e immediatamente se ne dimenticava. Aveva la mente altrove. Non era soltanto la presenza dei cani a innervosirlo, ma anche la soffocante familiarità di quell'ambiente. Il vialetto; le celle dei pavimenti in cemento, le coperte, i posti vuoti; era come una casa dopo l'altra. E incominciò a vedere i cani sotto un'altra luce; interpretò in modo nuovo lo sguardo minaccioso di Job, distolto dal proprio rituale; capì, meglio di Lillian e Whitehead, come quei prigionieri potessero vedere lui e la sua specie.
Si fermò a guardare una delle gabbie, non per interesse particolare, ma solo per concentrarsi su qualcos'altro che non fosse l'ansia che quell'ambiente da claustrofobia gli provocava.
« Come si chiama questo? » domandò.
Il cane era vicino alla porta della gabbia; un altro maschio di grossa stazza, anche se più piccolo di Saul.
« Quello è Larousse », rispose Lillian.
Il cane sembrava più docile degli altri e Marty, mettendo a tacere il proprio nervosismo, si accucciò nel corridoio, stendendo la mano in un tentativo amichevole attraverso la gabbia.
« Starà buono », lo assicurò lei.
Marty pose le dita sulla rete. Larousse le annusò con inquisizione; aveva il naso umido e freddo.
« Bel cagnone », disse Marty, « Larousse. »
Il cane iniziò a scodinzolare, felice di essere chiamato per nome da quello straniero impaurito.
« Bel cagnone. »
In quella gabbia, poiché Marty si era avvicinato di più alle coperte e alla paglia, l'odore degli escrementi e del pelo era anche più forte. Ma il cane era felicissimo che l'uomo si fosse abbassato al suo livello e stava cercando di leccargli le dita attraverso la rete. L'entusiasmo del cane fece scemare i timori di Marty: accantonata l'idea di fargli del male, si vedeva chiaramente che provava una gioia incontrollabile.
Soltanto in quel momento si rese conto che Whitehead lo stava osservando. Il vecchio era fermo a qualche metro alla sua sinistra, la sua mole bloccava completamente lo stretto passaggio tra le gabbie e lo fissava intensamente. Marty si alzò riprendendo il controllo, lasciò scodinzolare festoso il cane e seguì Lillian per il corridoio. La responsabile del canile stava sfoderando una sviolinata su un altro membro della tribù. Marty cercò di sintonizzarsi sulla sua lunghezza d'onda.
« ... e questa è Bella », annunciò. La voce le si era assottigliata; percepì una tonalità sognante di i cui non si era accorto prima. Quando Marty raggiunse la gabbia che lei stava indicando, capì il motivo di quel cambiamento.
Bella stava mezza seduta tra le ombre della rete in fondo alla gabbia, con un'espressione da Madonna su quel letto di coperte e paglia mentre un cucciolo per ogni mammella succhiava alla cieca la propria dose di latte. A quella scena, ogni riserva di Marty a proposito dei cani svanì.
« Sei cuccioli », disse Lillian con fare orgoglioso, come se fossero suoi, « tutti robusti e sani. »
Più che robusti e sani, erano belli; erano palline di grasso contente di annidarsi, l'una contro l'altra, nel lusso del grembo della madre. Sembrava inconcepibile che creature così vulnerabili potessero diventare signorotti color grigio ferro del tipo di Saul, o ribelli sospettosi come Job.
Bella, percependo un nuovo arrivo diverso dai soliti visitatori, rizzò le orecchie. Aveva la testa proporzionatissima, la pelliccia striata di splendidi riflessi biondi e dorati, gli occhi vigili ma addolciti dalla luce soffusa. Era realizzata; era se stessa. L'unica reazione alla loro presenza - che Marty capì perfettamente - era un certo timore.
Lillian aprì la porta a rete facendo passare anche Marty per presentarlo a quella madre.
« Questo è il signor Strauss, Bella », disse. « Lo vedrai spesso da queste parti; è un amico. »
Quello di Lillian non era un discorso dal tono condiscendente. Parlava con il cane come se fosse un suo uguale e, nonostante l'iniziale incertezza che aveva provato nei confronti di quella donna, Marty cominciò a trovarla simpatica. Non era facile dare il proprio amore a nessuno e, anche se era uno strano tipo d'amore, Lillian per quel cane lo provava: amava la sua grazia, la sua dignità. Era un tipo di amore che, pur in modo confuso, riusciva ad approvare anche lui.
Bella annusò l'aria e sembrò soddisfatta dell'idea che si era fatta di Marty. Lillian si voltò riluttante verso Strauss.
« Se ne avesse avuto il tempo, avrebbe tentato di ammaliarti. à una grande seduttrice, sai. Una grande seduttrice. »
Alle loro spalle, Whitehead fece un grugnito nel sentire tale sciocchezza sentimentale.
« Andiamo a fare una passeggiata? » suggerì impaziente. « Penso che qui abbiamo finito. »
« Torna quando ti sarai sistemato », disse Lillian; si era riscaldata parecchio da quando si era accorta che Marty apprezzava il lavoro che svolgeva, « e li metterò tutti in fila per te. »
« Grazie, verrò. »
« Ho deciso io che facessi conoscenza dei cani », disse Whitehead lasciandosi i recinti alle spalle e dirigendosi a passo veloce attraverso il prato verso la siepe perimetrale. Marty sapeva anche troppo bene quello che poteva significare. Whitehead aveva inteso quella visita come una salutare rinfrescata dell'esperienza appena conclusa da Marty. Ma, grazie a Joseph Whitehead, per ora era libero. Beh, aveva imparato la lezione. Si sarebbe gettato nel fuoco per quell'uomo, piuttosto che tornare nella reclusione di quei corridoi e quelle celle. E in quel posto non c'era una Bella; non c'era nessuna madre dolce e segreta racchiusa a Wandsworth. Erano tutti uomini perduti, come lui.
L'aria stava riscaldandosi: il sole era alto, come un grande limone giallo impallidito che filtrava da sopra gli alberi, mentre la rugiada si stava sciogliendo dai prati. Per la prima volta Marty percepì l'estensione di quella tenuta. Le distese si perdevano a vista d'occhio; c'era dell'acqua, forse un lago o un fiume, che brillava da oltre gli alberi. A occidente della casa svettavano file di cipressi, che disegnavano dei vialetti, e forse fontane, dall'altra parte c'era un'aiuola circondata da un piccolo muretto in pietra. Gli ci sarebbero volute settimane per familiarizzarsi con quel luogo.
Avevano raggiunto la siepe che circondava l'intera tenuta. Era alta circa otto metri, e dall'alto spuntavano degli aguzzi spuntoni in acciaio incurvati verso ogni potenziale intruso. Erano ricoperti da spirali di filo spinato. Il tutto veniva attraversato da corrente elettrica. Whitehead la guardò con evidente soddisfazione.
« Impressionante, eh? »
Marty annuì. Anche quella era una vista che gli faceva ricordare qualche cosa.
« È un'ulteriore misura di sicurezza », spiegò Whitehead.
Girò a sinistra e cominciò a passeggiare lungo la siepe, e parlava se così si poteva dire - con una serie di affermazioni, come se fosse troppo impaziente per utilizzare la normale struttura di conversazione. Faceva soltanto delle dichiarazioni o degli appunti, lasciando libera interpretazione di ciò che diceva a Marty.
« Non è però un sistema perfetto: le siepi, i cani e le telecamere, intendo. Hai visto i monitor in cucina? »
« Sì. »
« Ne ho altri di sopra. I monitor offrono una sorveglianza continua, sia di giorno sia di notte », indicò l'obiettivo di una telecamera montata sopra di loro. Ce n'era una ogni dieci metri. Andavano lentamente avanti e indietro, come i protagonisti di un gioco elettronico.
« Luther ti farà vedere qual è la loro sequenza. à costato una piccola fortuna farle installare e non sono poi tanto sicuro che siano veramente utili. La gente non è stupida. »
« È già entrato qualcuno qui? »
« Non qui. Nella casa di Londra succedeva quasi regolarmente. Ovviamente succedeva quando ero più visibile. Il magnate incorreggibile. Evangeline e io eravamo su tutte le pagine scandalistiche. La fogna aperta di Fleet Street; non finirà mai di divertirmi. »
« Pensavo che lei fosse proprietario di un giornale. »
« Hai letto qualcosa sul mio conto? »
« Non esattamente, io... »
« Non credere alle biografie o alle colonne dei pettegolezzi e nemmeno a Who's Who: Mentono. Io mento... » interruppe quella declinazione, divertito dal suo stesso cinismo, « lui, lei, loro mentono. Scrittori da strapazzo. Diffamatori. Sono tutti esseri spregevoli. »
Era quella la gente che voleva tenere lontana con quelle siepi letali: i diffamatori? Una fortezza contro il pericolo di scandali e di smerdate? Se così fosse stato, era una maniera piuttosto complicata per difendersi. Marty si domandò se non fosse un caso di semplice egocentrismo. Chi poteva interessarsi alla vita privata di Joseph Whitehead?
« A che cosa stai pensando, signor Strauss? »
« Alle siepi », mentì Marty.
« No, Strauss », lo corresse Whitehead. « Stai pensando: dove sono andato a cacciarmi? Nella gabbia di un paranoico? »
Marty sapeva che qualsiasi smentita sarebbe suonata falsa. Non disse niente.
« Non è così che si parla di me in società? Il vecchio plutocrate che vive come un eremita. Non dicono così? »
« Qualcosa del genere », rispose infine Marty.
« Eppure sei venuto. »
« Sì. »
« Ma certo che sei venuto. Hai pensato che, per quanto pazzo potessi essere, era sempre meglio che starsene dietro alle sbarre, vero? E tu volevi uscire. A ogni costo. Eri disperato. »
« È logico che volessi uscire. Chiunque lo vorrebbe. »
« Sono contento di sentirtelo ammettere. Perché la tua volontà mi conferisce potere su di te, non credi? Non oseresti mai prendermi in giro. Devi obbedirmi come fanno i cani con Lillian, non perché lei rappresenta per loro il prossimo pasto, ma perché lei è il loro mondo. Devi fare di me il tuo mondo, signor Strauss; la mia sicurezza, la mia salute, il mio più piccolo comfort devono essere la preoccupazione maggiore della tua mente, in stato di veglia. Se così sarà, ti prometto tanta libertà che tu nemmeno riusciresti a immaginare. Un tipo di libertà generalmente riservata soltanto ai ricchi. Altrimenti ti rispedirò in prigione, rovinando irrimediabilmente la tua fedina penale. Mi capisci? »
« Capisco. »
Whitehead annuì con il capo.
« Vieni », disse, « vieni al mio fianco. »
Si voltò e iniziò a camminare. A quel punto la siepe proseguiva all'interno del bosco e Whitehead suggerì di deviare verso la piscina, invece di immergersi tra la macchia degli alberi. « Gli alberi sono tutti uguali », decretò. « Potrai tornare qui da solo se lo vorrai. » Costeggiarono il bosco, che, agli occhi di Marty, apparve piuttosto folto. Era una piccola foresta al naturale. Gli alberi non erano stati piantati con ordine: erano attaccati l'uno all'altro, con i rami che si intrecciavano, un misto di foglie e aghi che lottavano per ottenere il proprio spazio vitale. Solo raramente, dove una quercia o un tiglio tendevano le loro braccia senza foglie a causa dell'inverno, la luce riusciva a illuminare il terreno sottostante. Si ripromise di ritornare in quel posto prima dell'arrivo della primavera.
Whitehead richiamò nuovamente l'attenzione di Marty.
« Da oggi in poi dovrai stare nelle mie vicinanze. Non voglio che tu stia con me in ogni momento della giornata... basterà che tu resti nei paraggi. Ogni tanto, e soltanto dietro mio permesso, potrai uscire da solo. Sai guidare? »
« Sì. »
« Beh, non c'è carenza di macchine, per cui ne troveremo una adatta a te. Questo non era previsto dalle regole a cui i funzionari della prigione ci hanno detto di attenerci. Si sono raccomandati che restassi qui in custodia preventiva per sei mesi. Ma, francamente, non vedo nessun motivo per cui ti si debba impedire di vedere i tuoi cari - almeno quando ci sono altre persone che possono occuparsi della mia sicurezza. »
« Grazie. Grazie molte. »
« Temo che non potrò darti sempre questo permesso, almeno per il momento. La tua presenza qui è vitale. »
« Problemi? »
« La mia vita è costantemente in pericolo, Strauss. Il mio ufficio, e anch'io direttamente, riceviamo in continuazione lettere minatorie. Il problema è saper separare quelle dei folli che amano trascorrere il proprio tempo a scrivere stronzate a personaggi pubblici da quelle scritte da assassini genuini. »
« Perché dovrebbe esserci qualcuno interessato ad ammazzarla? »
« Sono uno degli uomini più ricchi al mondo. Posseggo società che impiegano decine di migliaia di persone; posseggo terreni tanto estesi che non riuscirci mai a percorrere in tutta la vita che mi rimane, anche se dovessi iniziare subito; posseggo barche, oggetti d'arte, cavalli. È facile che io diventi un'immagine. Potrebbero pensare che se io e la mia vita venissimo distrutti, sulla terra potrebbe tornare la pace e la bontà. »
« Capisco. »
« Soltanto sogni », borbottò il vecchio amaramente.
Avevano incominciato a rallentare il passo. Il respiro di Whitehead si era fatto più pesante di prima. Ascoltandolo parlare, era facile dimenticare gli anni di quell'uomo. Le sue idee erano caratterizzate dall'assolutismo della gioventù. Non c'era spazio per la tolleranza tipica della mezza età; per l'ambiguità o per i dubbi.
« Credo sia ora di rientrare », disse.
Finalmente il monologo si era interrotto, e Marty non aveva alcuna intenzione di farlo riiniziare. Era anche stanco. Lo stile di Whitehead - pieno di impreviste deviazioni e cambiamenti - lo stroncava. Doveva abituarsi all'atteggiamento dell'ascoltatore attento: doveva trovare un' espressione da utilizzare in occasione di quei soliloqui e saperla mantenere. Doveva imparare ad annuire al momento giusto, a mormorare luoghi comuni durante le pause dei discorsi. Ci sarebbe voluto dell'impegno, ma sarebbe riuscito a trattare con Whitehead alla svelta.
« Questa è la mia fortezza, signor Strauss », disse il vecchio mentre si avvicinavano alla casa. Non sembrava così inespugnabile: il mattone era troppo caldo per far paura. « La sua unica funzione è quella di evitare che mi facciano del male. »
« Anche la mia. »
« Anche la tua, signor Strauss. »
Da dietro la casa, si sentì l'abbaiare di un cane. Quell'assolo venne seguito dal coro di tutti gli altri.
« È l'ora del pasto », commentò Whitehead.
15
Ci vollero diverse settimane di perlustrazione della tenuta perché Marty si adattasse in pieno al ritmo di casa Whitehead. Essendo una dittatura di tipo bonario, l'andamento di ogni giornata veniva definito dai programmi e dai capricci di Whitehead. Come il vecchio aveva detto a Marty il primo giorno, quella casa sembrava un santuario: i credenti venivano ogni giorno a sentire le sue opinioni. Riconobbe alcune di quelle facce: capitani di industria; due o tre ministri (uno dei quali era recentemente caduto in disgrazia; andava forse da Whitehead in cerca di perdono o di soldi?) esperti, guardie della moralità pubblica. Molte persone che Marty conosceva di vista, ma non per nome, altre che non conosceva per niente. Non venne presentato a nessuno.
Capitava un paio di volte alla settimana che gli venisse richiesto di restare nella stanza durante le riunioni, ma il più delle volte doveva restare soltanto nei paraggi. Dovunque si trovasse, era come se fosse invisibile a quegli ospiti: era ignorato, considerato, al massimo, come pezzo di mobilia. All'inizio gli sembrava irritante; tutti in casa venivano chiamati per nome, eccetto lui. Con il passare del tempo, comunque, imparò a felicitarsi di quell'anonimato. Non gli veniva mai richiesta un'opinione, e poteva permettersi il lusso di far vagare la mente senza correre il pericolo di essere richiamato nella conversazione. Era meglio restare staccato dai problemi di quei potenti: gli sembrava che le loro vite fossero false e artificiali. Si accorse che molte delle espressioni di quei visi assomigliavano a quelle che aveva visto a Wandsworth: l'offesa facile per frecciatine di ogni tipo, la frustrazione per il posto che detenevano all'interno della gerarchia. Probabilmente c'erano regole più civili in quell'ambiente di quelle che c'erano a Wandsworth ma, stava cominciando a capire, le lotte erano fondamentalmente le stesse. Erano tutti giochi di potere di un tipo o dell'altro. Era contento di non doverne fare parte.
E poi la sua mente aveva cose più importanti su cui trastullarsi. Per prima cosa, c'era Charmaine. Più per curiosità che per amore, forse, aveva cominciato a pensare sempre più spesso a lei. Si trovava a domandarsi come fosse cambiato il suo corpo in otto anni. Si radeva ancora la striscia di peli che andava dall'ombelico al pube? Era ancora così penetrante l'odore del suo sudore? Si domandava anche se amasse ancora l'amore come una volta. Fra tutte quelle che aveva conosciuto, era in assoluto la donna che meno si preoccupava di nascondere l'insaziabile appetito di sesso; era una delle ragioni per cui l'aveva sposata. Era ancora così? E in quel caso, con chi sfogava il suo appetito? Riproponeva questi quesiti alla sua mente in continuazione e ogni volta si riprometteva che, alla prima occasione, sarebbe andato a trovarla.
Man mano che passavano le settimane, il suo fisico migliorava. Il regime al quale aveva deciso di sottoporsi fin dalla prima notte era iniziato come una tortura, ma dopo qualche giorno di muscoli doloranti l'esercizio aveva cominciato a dare i suoi frutti. Si alzava tutte le mattine alle 5.30 e andava a fare una lunga corsa per la tenuta. Dopo una settimana cambiò percorso, per approfondire la conoscenza del luogo. C'erano molte cose da vedere. Non era ancora primavera, ma se ne notavano le prime avvisaglie. Cominciavano a spuntare i primi zafferani e i primi gigli. Sugli alberi le gemme, ormai grasse, stavano per sbocciare: stavano spuntando anche le foglie. Gli ci volle quasi un'intera settimana per perlustrare tutta la tenuta e per fare i dovuti collegamenti tra una parte e l'altra; ormai, più o meno, era in grado di orientarsi. Sapeva dov'era il lago, la piccionaia, la piscina, i campi da tennis, i canili, i boschi e le aiuole. Una mattina, il cielo era particolarmente luminoso, aveva corso per tutta la lunghezza della tenuta, costeggiando la siepe anche nel pezzo che si addentrava nei boschi. Ormai pensava di conoscere il posto come chiunque altro ci abitasse, compreso il padrone.
Era bellissimo; non soltanto il fatto di poter correre con libertà per chilometri senza che qualcuno ti sorvegliasse da sopra la testa, ma anche quello di poter osservare decine di spettacoli naturali di cui si era dimenticato. Adorava alzarsi in tempo per vedere il sorgere del sole, era come corrergli incontro, come se l'alba fosse dedicata soltanto a lui, come se fosse una promessa di luce e calore per la vita che aveva davanti.
Perse subito la cintura di grasso che aveva sull'addome; i muscoli tornarono a mostrarsi guizzanti: la pancia, di cui era tanto orgoglioso quando era giovane, tornò liscia e piatta. Riaffiorarono muscoli che si era dimenticato di avere, prima con dolore, poi sempre più decisi e vitali. Con il sudore, fuoriusciva anche la frustrazione del passato, la sciacquava con la doccia e ne rimaneva sempre di meno. Era nuovamente cosciente del suo corpo come una macchina perfetta ogni parte della quale doveva la sua salute a un uso corretto e rispettoso.
Se anche Whitehead aveva notato qualche cambiamento nei suoi modi e nel suo fisico, non fece nessun commento al riguardo. Toy, invece, durante una della sue visite, gli fece notare il mutamento. Anche Marty notò una trasformazione in Toy, ma in peggio. Non avrebbe osato dirgli quanto lo trovasse stanco; il loro rapporto non permetteva ancora commenti a quel livello di familiarità. Sperava solo che Toy non avesse qualche grave malattia. L'improvvisa devastazione della sua facciona suggeriva un male che gli stava divorando le viscere. Anche la sveltezza nel passo, che Marty aveva imputato alla boxe esercitata da Toy, era ormai un ricordo.
C'erano altri misteri oltre il declino di Toy. Per prima cosa, le collezioni di capolavori: i quadri di grandi maestri che decoravano le pareti del santuario. Non li curava nessuno. Erano mesi che nessuno li spolverava, forse anni, oltre alla coltre giallognola che ne offuscava la raffinatezza erano rovinati anche da uno strato di sporcizia. Marty non era mai stato un intenditore, ma guardando quei dipinti sentiva che dovevano essere belli. Molti di quei ritratti e dipinti religiosi non erano di suo gusto: non ritraevano gente che conosceva né avvenimenti importanti. Ma in un'anticamera al piano terra che conduceva negli appartamenti di Evangeline, trasformati ora in saune e solarium, trovò due quadri che colpirono la sua immaginazione. Si trattava di due paesaggi, fatti dalla stessa mano anonima, e, a giudicare dalla posizione in cui erano stati appesi, non dovevano essere molto importanti. Ma il realismo della scena - gli alberi e le strade che si incrociavano sotto un cielo blu e giallastro - con i suoi dettagli fantasiosi - un drago dalle ali macchiate intento a divorare un uomo sulla strada; un gruppo di donne che si innalzavano dalla foresta; una città distante in fiamme - creava un matrimonio tra realtà e irrealtà realizzato talmente bene che Marty continuava a ripassarci davanti, trovandoci sempre qualche altro dettaglio nascosto.
I quadri non erano l'unica cosa che stimolava la sua curiosità. L'ultimo piano della casa principale, dove Whitehead aveva una suite di stanze, era assolutamente incredibile, e molte volte era stato tentato di farci una capatina, mentre il vecchio era impegnato in qualche altra cosa, per perlustrare quel territorio proibito. Sospettava che Whitehead usasse quel piano per osservare da un punto vantaggioso gli accoliti che andavano e venivano. Questo, in qualche modo, andava a spiegare un altro mistero: la sensazione che provava, circolando per casa, di essere osservato. Ma resistette alla tentazione di indagare. Avrebbe oltrepassato i propri doveri.
Quando non doveva lavorare, trascorreva la maggior parte del tempo in biblioteca. Lì poteva trovare riviste come Time, The Washington Post, se aveva voglia di vedere che cosa succedeva nel mondo esterno, e anche altri giornali come Le Monde, il Frankfurter Algemeine, il New York Times, che portava Luther. Dava loro una scorsa in cerca di qualche notizia ghiotta, e a volte se li portava nella sauna. E, se si stancava dei giornali, c'erano migliaia di libri che, fortunatamente, non erano tutti tomi voluminosi. Ce n'erano moltissimi: i classici della letteratura mondiale ben rilegati e anche edizioni tascabili di fantascienza ben allineate, dalle copertine sporche, di cui non si contavano le copie. Marty iniziò a leggerli, scegliendo quelli dalle copertine più suggestive. C'era anche il videoregistratore. Toy gli aveva dato una dozzina di cassette con i migliori incontri di boxe, che Marty guardava sistematicamente, rivivendo le vittorie che per lui erano le più significative. Restava intere serate davanti allo schermo, intimorito da quei combattenti pieni di grazia e bravura. Toy, anche se con qualche riserva, l'aveva rifornito di alcune cassette pornografiche, facendolo con aria cospiratrice e mormorando qualche consiglio sul fatto che non era il caso di farle fuori tutte in una volta. Le cassette erano copie di vicende senza storie vere, in cui coppie o terzetti anonimi si svestivano per i primi trenta secondi e ci davano dentro per qualche minuto. Niente di sofisticato: ma servivano a uno scopo pratico e, come Toy aveva sicuramente pensato, l'esercizio fisico e l'ottimismo stavano facendo fare miracoli alla libidine di Marty. Sarebbe arrivato anche il momento in cui gli autoabusi davanti allo schermo non sarebbero più stati soddisfacenti. Marty sognava Charmaine sempre più spesso: erano sogni privi di ambiguità, ambientati nella stanza Numero Ventisei. La frustrazione gli impartiva coraggio e quando rivide Toy gli chiese il permesso di andarla a trovare. Toy gli promise di chiedere al capo, ma non successe niente. Per il momento doveva accontentarsi delle cassette e del loro sesso fasullo.
Cominciò a riuscire a dare i nomi alle facce che vedeva arrivare in casa più regolarmente di altre; i consulenti più fidati di Whitehead. Toy, ovviamente, era quello che si vedeva più spesso. C'era anche un avvocato, Ottaway, un uomo magro sempre ben vestito sulla quarantina, che non godeva delle simpatie di Marty per il modo che aveva di conversare. Ottaway parlava con l'aria del perfetto legale, tutto sottintesi e metafore, che Marty aveva sperimentato di persona. Gli riportava alla mente brutti ricordi.
Ce n'era un altro, Curtsinger, un individuo vestito sobriamente, ma con un terribile gusto per le cravatte e anche peggio per il profumo, che spesso si accompagnava a Ottaway, ma che sembrava molto più accettabile. Era uno dei pochi che teneva conto della presenza di Marty nella stanza - annuendo leggermente con il capo. In un'occasione, alla celebrazione di un affare appena concluso, Curtsinger gli aveva fatto scivolare un sigaro nella tasca della giacca: dopo quella dimostrazione, Marty avrebbe potuto perdonargli qualsiasi cosa.
La terza faccia, la cui presenza era piuttosto regolare, era un omone dalla carnagione scura dal nome di Dwoskin. I vestiti immacolati color grigio chiaro che indossava, i fazzoletti meticolosamente piegati, la precisione di ogni più piccolo gesto, tutto suggeriva l'idea di un'ossessionante ricerca di perfezione che facesse da contrappeso alla brutalità del suo aspetto fisico. Ma c'era dell'altro: da quell'uomo traspariva un senso di pericolo che Marty aveva imparato a riconoscere negli anni trascorsi a Wandsworth. Anche negli altri l'aveva notato. Sotto la frigida esteriorità di Ottaway e sotto la patina mielosa di Curtsinger, c'erano uomini da non portare come esempio - per usare un'espressione di Somervale.
Inizialmente Marty aveva pensato che si trattasse di sensazioni dettate da pregiudizi tipici del suo ceto sociale: una diffidenza dì principio nei confronti dei ricchi e degli influenti. Ma, per ogni riunione a cui assisteva, per ogni dibattito infuocato a cui faceva da testimone, si convinceva sempre di più che nel loro modo di fare c'era una tendenza malcelata di falsità, persino di criminalità. Non era in grado di capire la maggior parte di quei discorsi - le sottigliezze della Borsa erano arabo per lui - ma nemmeno il loro vocabolario raffinato riusciva a smentire completamente quella sensazione di fondo. Studiavano i meccanismi dell'inganno: come manipolare la legge e il mercato a proprio vantaggio. Parlavano continuamente di evasione fiscale, di false vendite tra associate per rialzare artificialmente i prezzi, e cose di questo genere. Applaudivano positivamente ogni proposta di manovra illecita, purché fruttuosa, e la corruzione era la loro arma per le alleanze politiche. E fra tutti questi manipolatori, Whitehead era il re. Alla sua presenza, erano quasi reverenziali. Tra di loro lottavano spietatamente per ottenere la posizione più prestigiosa, ma lui poteva zittirli, e a volte lo faceva, con un semplice gesto della mano. Ogni sua parola veniva venerata, come se fosse pronunciata dalle labbra del Messia. Quelle piccole commedie divertivano Marty ma, come aveva imparato in prigione, sapeva bene che per essersi guadagnato tanta devozione, Whitehead, in passato, doveva aver peccato molto più dei suoi sudditi. Non metteva in dubbio la furbizia di Whitehead; aveva già sperimentato le doti di persuasione di cui era capace. Ma più il tempo passava, più si faceva pressante la domanda: anche lui era un ladro? E altrimenti: qual era il suo crimine?
16
Le bastava osservarlo dalla finestra mentre correva per sentirsi bene; guardarlo era una delle cose che la rendevano più contenta. Non sapeva come si chiamasse, anche se avrebbe potuto domandarlo a qualcuno. Preferiva saperlo un anonimo, come un angelo vestito in grigio, che sbuffava chiaramente dalle labbra mentre correva. Aveva senti parlare della nuova guardia del corpo da Pearl e presumeva che fosse lui. Ma aveva veramente importanza il nome? Probabilmente se l'avesse saputo non sarebbe più riuscita a intrecciare su di lui i suoi castelli in aria.
Per diverse ragioni, quello che stava attraversando era un brutto periodo e in quelle mattinate deprimenti, trascorse alla finestra dopo una notte praticamente in bianco, la vista di quell'angelo che correva sul prato e tra i cipressi era un segno a cui si aggrappava per sperare in tempi migliori. Ormai contava sulla regolarità di quella visione, e quando riusciva a dormire bene perdendo così la sua corsa alle prime luci del mattino, le capitava di sentire un tale senso di vuoto per tutta la giornata, da spingerla, il mattino seguente, ad alzarsi presto per guardarlo.
Ma non riusciva a staccarsi dalla sua isola, a superare tutte le difficoltà del caso per andarlo a raggiungere. Sarebbe stato rischioso persino segnalargli la sua presenza nella casa. Si domandò se fosse un detective, In quel caso, probabilmente aveva già scoperto la sua esistenza da qualche dettaglio irrilevante: i mozziconi di sigaretta che lasciava nel lavello in cucina, oppure il suo profumo qua e là. O forse, gli angeli, essendo delle divinità, non avevano bisogno di tracce per sapere. Forse lui lo sapeva e basta, senza bisogno di indizi, sapeva che stava dietro quella finestra, o dietro la porta chiusa a chiave mentre lo sentiva passare fischiettando nel corridoio.
In tutti i casi, non aveva senso incontrarlo. Che cosa gli avrebbe detto? Niente. E quando, inevitabilmente, si fosse irritato e le avesse girato le spalle, sarebbe ripiombata in un mondo senza uomini, isolata anche nell'unico posto dove si sentiva sicura, quell'isola di sole in mezzo a tante nuvole, quel suo unico rifugio.
« Non hai mangiato niente oggi », la rimproverò Pearl. Era la solita tiritera. « Ti sciuperai. »
« Lasciami stare, vuoi? »
« Dovrò dirglielo, lo sai. »
« No, Pearl », pregò Carys lanciando alla donna un'occhiata supplichevole. « Non dire niente, per favore. Lo sai come la prende. Ti odierò per sempre se glielo dici. »
Pearl stava in piedi sulla porta con uno sguardo di disapprovazione dipinto sul volto. Era sul punto di crollare sotto quel ricatto. « Hai intenzione di morire di fame un'altra volta? » domandò senza tono di comprensione.
« No. È solo che non ho molto appetito, tutto qui. »
Pearl si strinse nelle spalle.
« Non ti capisco », disse. « Dai sempre l'impressione di volerti suicidare. Oggi... »
Carys sorrise radiosa.
« D'accordo, la vita è tua », terminò la donna rabbiosamente.
« Prima che tu te ne vada, Pearl... »
« Che cosa c'è? »
« Parlami del corridore. »
Pearl la guardò sbigottita: la ragazza di solito non mostrava nessun interesse per quello che succedeva in casa. Restava sempre chiusa a chiave in stanza a sognare. Ma quel giorno, invece, era insistente.
« Quello che va sempre a correre tutte le mattine. In tuta. Chi è? »
Che male c'era a dirglielo? La curiosità era segno di salute e lei ne aveva tanto poca.
« Si chiama Marty. »
Marty. Carys ripensò quel nome mentalmente; gli stava bene. Il nome dell'angelo era Marty.
« Marty che cosa? »
« Non ricordo. »
Carys si alzò. Il sorriso era sparito. Aveva lo sguardo che di solito le veniva quando voleva veramente qualche cosa: le labbra erano strette con gli angoli curvati all'ingiù. Anche il signor Whitehead aveva quello sguardo ogni tanto e Pearl ne era intimorita. Carys lo sapeva.
« Lo sai che non ho memoria », disse Pearl in tono di scusa. « Non ricordo il suo cognome. »
« Beh, chi è? »
« È la guardia del corpo di tuo padre; ha preso il posto di Nick », rispose Pearl. « È un ex galeotto, sembra. Rapina a mano armata. »
« Davvero? »
« E non sembra essere molto socievole. »
« Marty. »
« Strauss », disse Pearl, con una nota di trionfo. « Martin Strauss, ecco come si chiama. »
Ecco: adesso sapeva il suo nome, pensò Carys. Era un potere conoscere qualcuno per nome. Si poteva richiamare la sua attenzione. Martin Strauss.
« Grazie », disse soddisfatta.
« Perché lo volevi sapere? »
« Mi chiedevo solo chi fosse. C'è sempre gente che va e che viene. »
« Beh, credo che lui si fermi », disse Pearl e lasciò la stanza. Quando si era ormai chiusa la porta alle spalle, Carys domandò: « Ha per caso qualche altro nome? »
Ma Pearl non la sentì.
Il sapere che il corridore fosse un ex galeotto l'aveva colpita perché si rendeva conto che in un certo senso era ancora un prigioniero, che correva per i campi, respirando l'aria pura, con espressione corrucciata. Lei sapeva bene, forse più del vecchio o di Toy o dì Pearl, che cosa significasse doversene restare sull'isola del sole senza sapere come uscirne. O, peggio, sapere bene come uscire, ma non osare mai farlo, per paura di non poter più tornare indietro.
Nonostante adesso ne conoscesse il nome e i precedenti, il mito mattutino non era stato rovinato. Per lei l'uomo era ancora un eroe. Però cominciò anche a essere conscia della robustezza del suo corpo, mentre prima notava soltanto la leggerezza dei suoi passi.
Decise, dopo un secolo di indecisione, che non le sarebbe più bastato guardare.
Più la sua forma migliorava, più Marty richiedeva a se stesso. Il tragitto si faceva sempre più lungo, e ormai era in grado di percorrere la distanza più lunga nello stesso tempo in cui aveva percorso la più corta. Qualche volta, per aggiungere un pizzico di rischio all'esercizio fisico, si immergeva nei boschi, senza curarsi molto del sottobosco spinoso e dei rami bassi, collezionando così una serie di graffi e abrasioni. Dall'altra parte del bosco c'era la diga, dove poteva riposarsi per qualche minuto, se ne aveva voglia. C'erano anche degli aironi; ne aveva visti tre. Tra un po' sarebbe arrivata la stagione dell'amore e allora si sarebbero accoppiati. Chissà che cosa sarebbe successo al terzo, allora? Se ne sarebbe andato alla ricerca di una compagna o sarebbe rimasto covando pensieri adulterini? Solo il tempo avrebbe potuto dirlo.
A volte, felice del fatto che Whitehead lo osservasse dalla sua finestra, rallentava nella sua corsa, sperando di vederne lo sguardo. Ma era troppo attento per farsi sorprendere.
E poi una mattina, all'improvviso, mentre lei stava aspettando alla piccionaia di vederlo passare, Marty si rese conto che non era il vecchio a spiarlo. Era lei il prudente osservatore della finestra dell'ultimo piano. Erano quasi le sette meno un quarto di mattina, e l'aria era frizzante. A giudicare dal rossore delle guance e del naso lei doveva essere li da un pezzo.
Marty si fermò sbuffando vapore come una locomotrice.
« Ciao, Marty », disse Carys.
« Ciao. »
« Tu non mi conosci! »
« No. »
Carys si avvolse più strettamente nel cappotto di lana che indossava. Era magrissima e sulla ventina, decise Marty. I suoi occhi, così scuri da sembrare neri, erano fissi in quelli di lui. Il viso arrossato era pulito, senza trucco. Sembrava aver fame, pensò lui. Sembrava affamato, pensò lei.
« Tu sei quella dell'ultimo piano », tentò di indovinare Marty.
« Sì. Non ti dispiace se ti ho spiato, vero? » gli chiese schiettamente.
« Perché dovrebbe? »
Lei indirizzò una mano, magra e senza guanto, verso la pietra della piccionaia.
« È bella, vero? » chiese.
Quella costruzione non aveva mai colpito Marty per la sua bellezza prima di quel momento, per lui era semplicemente un punto di riferimento da cui passare.
« È una delle piccionaie più grandi d'Inghilterra », aggiunse la giovane. « Lo sapevi? »
« No. »
« Non ci sei mai stato? »
Scosse la testa.
« È un posto bizzarro », disse lei e gli fece strada attorno alla costruzione verso la porta. Ebbe qualche difficoltà ad aprirla: l'umidità aveva gonfiato il legno. Marty dovette piegarsi per riuscire a entrare. Là dentro, faceva anche più freddo che fuori, e, avendo smesso di correre, il sudore gli stava colando dalle sopracciglia e sul torace, facendolo rabbrividire. Era veramente bizzarro, come aveva detto lei: un'unica stanza rotonda con un buco nel soffitto per permettere l'accesso e l'uscita degli uccelli. Nelle pareti c'erano file di nicchie quadrate in ordine perfetto - come le finestre di un ministero - che andavano dal pavimento fino al soffitto. Erano tutte vuote. A giudicare dall'assenza di escrementi e piume sul pavimento, la costruzione non doveva essere stata usata da anni. L'abbandono conferiva al luogo un'atmosfera malinconica; la sua architettura rendeva quel posto inutilizzabile se non per lo scopo per il quale era stato costruito. La ragazza aveva oltrepassato il gradino di ingresso e stava contando le nicchie in cerchio partendo dalla porta.
« Diciassette, diciotto... »
La ragazza gli dava la schiena e lui la osservò con attenzione. Aveva i capelli tagliati corti all'altezza della nuca: il cappotto che indossava le stava troppo grande, forse non era nemmeno suo, pensò lui. Chi era? La figlia di Pearl?
Lei smise di contare. Mise una mano in uno dei buchi, facendo un piccolo verso di stupore gioioso mentre palpava qualche cosa con le dita. Era un nascondiglio, pensò lui. Era sul punto di confidargli un segreto. Carys si voltò per mostrargli il tesoro.
« Mi ero dimenticata di ciò che vi avevo nascosto. »
Era un fossile, o meglio, un frammento di fossile, una conchiglia a spirale che giaceva in qualche mare preistorico prima del formarsi delle terre. C'era molta polvere tra le scanalature e lei la soffiò via. Marty; vedendola così concentrata su quel piccolo pezzo di pietra, pensò che forse la ragazza non era completamente sana di mente. Ma quel pensiero svanì non appena lei alzò lo sguardo su di lui: aveva occhi troppo chiari e caparbi. Se in lei c'era una vena di pazzia, era una pazzia attraente, una pazzia di cui lei godeva. Gli stava sorridendo come se sapesse a che cosa stava pensando: su quel viso si leggeva furbizia e fascino, in ugual misura.
« Non ci sono piccioni, allora? » domandò lui.
« No, non ce ne sono mai stati da quando sono qui io. »
« Nemmeno un paio? »
« Se anche ne tenessimo, morirebbero durante l'inverno. Bisognerebbe tenere la piccionaia piena, così potrebbero riscaldarsi l'uno contro l'altro. Ma se ce ne sono pochi, non generano abbastanza calore e muoiono assiderati. »
Lui annuì col capo. Era un peccato lasciare la piccionaia vuota.
« Dovrebbero riempirla di nuovo. »
« Non so », disse lei. « A me piace così. »
Rimise il fossile nel nascondiglio da cui l'aveva preso.
« Adesso conosci anche tu il mio posto preferito », disse e la furbizia le era sparita dal volto; era solo affascinante. Ne fu rapito.
« Non so come ti chiami. »
« Carys », rispose lei, dopo un momento e aggiunse: « È gaelico ».
« Oh. »
Non poteva fare a meno di fissarla e lei, improvvisamente, si sentì imbarazzata e tornò velocemente verso la porta, saltellando all'aria aperta. Aveva incominciato a piovere; piccole goccioline tipiche di marzo. Si mise il cappuccio del cappotto di lana; lui quello della tuta.
« Mi mostrerai anche il resto della tenuta? » chiese Marty, senza essere sicuro che quella fosse la domanda più appropriata ma abbastanza certo di non voler concludere quella conversazione senza lasciare intentata la minima possibilità di rivederla. In risposta ricevette un mugolio, non compromettente. Aveva gli angoli della bocca curvati all'ingiù.
« Domani? » insisté lui.
Questa volta Carys non rispose per niente. Si mise, invece, a camminare in direzione della casa. Lui la seguì, rendendosi conto che quell'incontro sarebbe stato senza significato se non avesse trovato il modo di strapparle una promessa.
« È strano vivere in una casa senza parlare con nessuno », commentò.
Sembrò il tasto giusto.
« È la casa di Papà », rispose lei con semplicità. « Noi ci abitiamo solamente. »
Papà. Allora era sua figlia. Adesso riconosceva la somiglianza della bocca con gli angoli incurvati che sul vecchio davano l'impressione di stoicismo, mentre su di lei soltanto di tristezza.
« Non dirlo a nessuno », lo pregò.
Marty pensò si stesse riferendo a quell'incontro, ma non le fece altre domande. C'era qualcosa di più importante da chiederle, se non correva via. Voleva farle capire che lei lo interessava. Ma non sapeva bene che cosa dire. Il rapido cambiamento di tono, da gentile e dolce a staccato e brusco, l'aveva confuso.
« Stai bene? » le domandò.
Si voltò a guardarlo e il suo viso, seminascosto dal cappuccio, aveva un'aria tragica.
« Devo sbrigarmi », disse. « Mi aspettano. »
Affrettò il passo, facendogli capire con un semplice gesto delle spalle che non voleva essere seguita. Congedandola suo malgrado, Marty rallentò lasciandola rientrare in casa senza uno sguardo o un saluto.
Invece di andare in cucina, dove avrebbe dovuto sorbirsi le prediche di Pearl, si inoltrò nella tenuta, il più possibile distante dalla piccionaia, e si autopunì con un'ulteriore corsa attorno alla siepe. Mentre correva nel bosco si accorse di fissare il terreno che calpestava, alla ricerca di qualche fossile.
17
Due giorni dopo, verso le undici e mezzo della sera, venne convocato da Whitehead.
« Sono nello studio », gli disse al telefono. « Vorrei scambiare qualche parola con te. »
Anche se nello studio c'erano una dozzina di lampade, in quel momento regnava l'oscurità. Era accesa soltanto la lampada da scrivania che gettava luce su un mucchio di giornali. Whitehead era seduto nella poltrona di cuoio vicino alla finestra. Sul tavolo vicino c'era una bottiglia di vodka e un bicchiere quasi vuoto. Non si voltò quando Marty bussò per entrare, ma fece soltanto un cenno dal punto in cui si trovava in direzione del prato illuminato dai fari.
« Penso sia arrivato il momento di lasciarti più corda, Strauss », disse. « Hai fatto un buon lavoro fino a ora. Ne sono contento. »
« Grazie, signore. »
« Bill Toy resterà qui a dormire domani, e anche Luther, e questa potrebbe essere un'opportunità per te di andare a Londra. »
Erano otto settimane che stava chiuso in quella tenuta, dal giorno del suo arrivo: e quello era un segno che il posto era ormai suo.
« Ho fatto preparare da Luther un'auto per te. Parla con lui di questo quando arriverà domani. E sulla scrivania ci sono un po' di soldi ... »
Marty diede un'occhiata alla scrivania; in effetti c'era una pila di banconote.
« Forza, prendili. »
Marty si sentì prudere le dita, ma riuscì a controllare il suo entusiasmo.
« Saranno sufficienti per la benzina e per trascorrere una notte in città. »
Marty non contò le banconote; le piegò e se le mise in tasca.
« Grazie, signore. »
« C'è anche un indirizzo. »
« Sì, signore. »
« Prendilo. È il negozio di un uomo che si chiama Halifax. Mi procura le fragole anche fuori stagione. Puoi passare a ritirarle, per favore? »
« Ma certo. »
« È l'unico incarico che dovrai eseguire. A patto che tu sia di ritorno per sabato a mezzogiorno, hai il resto del tempo a tua disposizione. »
« Grazie. »
Whitehead allungò la mano verso il bicchiere di vodka e Marty pensò che si stesse voltando per guardarlo in faccia; ma non lo fece. Sembrava che il colloquio fosse terminato.
« È tutto, signore? »
« Tutto? Sì, credo di sì. Tu no? »
Era molto che Whitehead aveva smesso di essere sobrio. Aveva iniziato a bere vodka come soporifero contro i terrori della notte; all'inizio, solo un paio di bicchieri per sopraffare la paura che lo stava assalendo, poi, gradualmente, aveva aumentato la dose finché il suo corpo si era completamente assuefatto. Non si ubriacava perché gli piacesse. Odiava appoggiare la testa sul cuscino e sentirla ronzare mentre i suoi pensieri circolavano rumorosamente nelle orecchie. Ma aveva ancora più paura della paura.
Mentre guardava il prato, una volpe attraversò le luci dei proiettori e, accecata dall'illuminazione, si fermò a fissare la casa. L'immobilità le conferiva perfezione; gli occhi, illuminati, lampeggiavano nella testolina affusolata. Si fermò solo un momento. Improvvisamente presagì un pericolo - i cani forse -diede un colpo di coda e sparì. Whitehead rimase a guardare il posto su cui si era fermata anche dopo la sua sparizione, sperando fortemente che ritornasse a partecipare con lui alla solitudine. Ma essa aveva da fare di notte.
C'era stato un tempo in cui anche lui era una volpe: agile e furbissima; un vagabondo notturno. Ma le cose erano cambiate. Il fato era stato generoso con lui, i suoi sogni si erano avverati: e la volpe, in continua trasformazione, era diventata grassa e pigra. Anche il mondo era cambiato: era diventato una mappa di guadagni e di perdite. Al suo comando le distanze si erano accorciate. Con il passar del tempo si era dimenticato della sua vita precedente.
Ma adesso cercava di ricordare. E ci riusciva brillantemente, scoprendo sempre nuovi dettagli, mentre invece gli avvenimenti del giorno prima restavano nebulosi. Ma, nel più profondo dei suo cuore, sapeva che non sarebbe potuto tornare quello di una volta.
E come sarebbe andato avanti? Quello era un viaggio verso un posto senza speranza, dove non c'era nessun cartello indicatore che guidasse a destra o a sinistra, perché tutte le direzioni erano uguali - e non ci sarebbero stati nemmeno alberi o colline o case come punti di riferimento. Che posto. Che posto terribile.
Ma non sarebbe stato solo. In quel posto avrebbe avuto un compagno.
E quando, in stato di piena coscienza, osservava quella terra e il suo occupante, desiderava, oh, Cristo, come lo desiderava, poter tornare a essere una volpe.
III
L'Ultimo Europeo
18
Anthony Breer, il Mangialamette, fece ritorno nel suo appartamento nel pomeriggio inoltrato, si preparò un caffè istantaneo e si sedette al tavolo, dove, alla luce ormai sbiadita del giorno, cominciò a preparare il cappio. L'aveva saputo fin dal momento in cui si era alzato che quello era il giorno. Non c'era bisogno che andasse alla biblioteca; se avessero notato la sua assenza e se gli avessero scritto per sapere dov’era andato a finire, lui non avrebbe risposto. Inoltre, il cielo era grigio almeno quanto le sue lenzuola e lui aveva pensato: perché dovrei pulire le lenzuola se il mondo è così sporco, se io sono così sporco e se non c'è la minima speranza di pulirlo almeno un po'? La cosa migliore da fare è porre fine a questa squallida esistenza una volta per tutte.
Aveva visto migliaia di persone impiccate. Solo in fotografia, naturalmente, in un libro che aveva rubato sul lavoro che parlava di crimini di guerra, su cui c'era scritto Da non esporre. Da rilasciare solo su richiesta scritta. Quell'avvertimento aveva fatto scattare la sua immaginazione: quello era un libro che la gente non avrebbe dovuto vedere. L'aveva fatto scivolare nella sua borsa aperta, poiché soltanto dal titolo - Documenti Sovietici sulle Atrocità Naziste - si preannunciava molto interessante. Ma aveva avuto torto. L'acquolina che aveva provato, nel sapere che nella sua borsa si nascondeva un tesoro proibito, era niente in paragone a ciò che vi aveva trovato. C'erano fotografie delle rovine della casa di Cecov a Istra andata in fiamme, e altre della profanazione della casa di Tchaikovsky. Ma, più che altro - e soprattutto -c'erano fotografie di morti. Alcuni raggruppati a cataste, altri buttati nella neve, solidi blocchi immobili. Bambini con il cranio spaccato a metà, gente ammassata nelle fosse, con i visi sfigurati dai proiettili, o con la svastica conficcata nei toraci o nei deretani. Ma agli occhi pervertiti del Mangialamette, le migliori fotografie erano quelle delle persone morte impiccate. Ce n'era una che Breer guardava di frequente. Raffigurava un giovane che era stato giustiziato su un patibolo di fortuna. Il fotografo l'aveva ritratto negli ultimi momenti, mentre fissava l'obiettivo, con un'espressione aperta e beata dipinta sul viso.
Quello era lo sguardo che Breer voleva far trovare sul suo viso quando avrebbero fatto irruzione in quella stanzetta e l'avessero trovato appeso, oscillante per l'aria che entrava dal corridoio. Pensava a come l'avrebbero guardato, stupiti, a come avrebbero scosso le teste alla vista dei suoi piedi pallidi e al pensiero del coraggio che bisognava avere per commettere un'azione tanto tremenda. E mentre ci pensava, faceva e disfaceva il cappio, determinato a fare quel lavoretto nel modo più professionale possibile.
L'unica sua preoccupazione era la confessione. Nonostante fosse, per lavoro, sempre a contatto con i libri, scrivere non era il suo forte: gli mancavano le parole, scappavano via come la bellezza sfuggiva dalle sue mani grasse. Ma voleva fare da esempio ai bambini cosicché, dopo essere trovato e fotografato, sapessero anche loro che lui non era stato un nessuno, ma un uomo che aveva fatto le cose più terribili al mondo per le migliori ragioni. Era vitale: dovevano sapere chi era, perché forse, così, avrebbero dato alla sua esistenza un senso che nemmeno lui era stato in grado di dare.
Avevano il modo di interrogare anche i morti, lui lo sapeva. L'avrebbero messo in un frigorifero e l'avrebbero esaminato minuziosamente, e dopo l'analisi in superficie avrebbero iniziato quella all'interno, e oh! che cosa avrebbero trovato! Gli avrebbero segato il cranio e gli avrebbero tolto il cervello; l'avrebbero studiato per vedere se c'erano tumori, l'avrebbero tagliato a fette sottili, come prosciutto sopraffino, avrebbero fatto migliaia di prove per capire come e perché. Ma non sarebbe servito a niente, vero? Soltanto lui, tra tutti, sapeva perché. Si taglia una cosa che è viva e bella per capire come è viva e perché è bella, e poi ci si accorge che non è né l'una né l'altra cosa, e si resta con la faccia sporca di sangue e gli occhi pieni di lacrime, con un terribile senso di colpa visibile a tutti. No, non avrebbero capito niente dal suo cervello, dovevano andare oltre. Avrebbero dovuto aprirlo dal collo al pube, tagliargli le costole per poterle rimuovere. Soltanto così sarebbero riusciti a districargli le viscere, a frugargli nella pancia, a manipolare il fegato e chissà che altro. Così, oh sì, così, avrebbero trovato qualcosa su cui discutere.
Forse sarebbe stata quella la confessione migliore, rifletteva mentre rifaceva il cappio per l'ultima volta. Non c'era bisogno di cercare le parole più giuste, e poi a che cosa servono le parole, dopotutto? Sono tutte sciocchezze inutili. No, avrebbero trovato tutto quello che c'è da sapere se avessero guardato dentro di lui. Avrebbero trovato la storia dei bambini dispersi, e la gloria del suo martirio. E avrebbero saputo, una volta per tutte, che faceva parte della Tribù dei Mangialamette.
Finì di preparare il cappio, si fece una seconda tazza di caffè e cominciò a lavorare per sistemare la corda. Per prima cosa tolse il lampadario che stava in mezzo al soffitto e al suo posto legò il cappio. Era solido. Lo tirò un paio di volte per assicurarsi che fosse ben messo e, anche se le travi scricchiolarono leggermente e caddero dei pezzi di intonaco, sembrava reggere il suo peso.
Ma ormai era sera ed era stanco, la fatica l'aveva reso più maldestro del solito. Riordinò la stanza ripulendola, il suo fisico appesantito si lamentava mentre faceva un fagotto delle lenzuola puzzolenti per toglierle dalla vista; sciacquò la sua tazza da caffè e gettò il latte per evitare che si cagliasse prima del loro arrivo. Aveva acceso la radio; sarebbe servita a coprire il rumore della seggiola che cadeva, quando fosse arrivato il momento: c'era altra gente in quella casa e non voleva che nessuno intervenisse. La stanza venne riempita delle solite banalità trasmesse dalla radio: canzoni d'amore, di amori persi e poi ritrovati. Sporche e dolorose menzogne, tutte.
Quando ebbe finito di preparare la stanza il sole era ormai al tramonto. Si sentirono dei passi nel corridoio e porte che si aprivano e si chiudevano un po’ ovunque: gli occupanti stavano rincasando dal lavoro. Vivevano tutti da soli, come lui. Non conosceva nessuno per nome: e nessuno di loro, quando se ne sarebbe andato su una barella scortato dalla polizia, avrebbe riconosciuto il suo.
Si svestì completamente e iniziò a lavarsi; i testicoli, piccoli come gusci di noce, la pancia molle e il grasso sulle mammelle e sulle braccia tremavano come se fosse stato colto da convulsioni. Soddisfatto della pulizia, andò a sedersi sull'orlo del materasso per tagliarsi le unghie dei piedi. Poi si mise vestiti freschi di lavanderia: una camicia blu, un paio di pantaloni grigi. Non infilò né scarpe, né calze. L'unica cosa di cui andava orgoglioso di quel fisico che disprezzava tanto erano proprio i piedi.
Ormai era buio pesto e la notte era scura e piovosa. È questo il momento di andarsene, pensò.
Sistemò con cura la sedia, ci salì sopra e raggiunse il cappio. Era qualche centimetro troppo in alto e dovette alzarsi in punta di piedi per infilarvi la testa e stringere il nodo al collo. Quando vi fu riuscito, disse le preghiere e spostò la sedia.
Venne subito sommerso dal panico e le sue mani, di cui si era sempre fidato, lo tradirono sollevandosi di scatto per tirare la corda che si stava stringendo. La prima caduta non gli aveva rotto il collo, ma la colonna vertebrale si sentiva come un millepiedi rotto a metà; si dimenava in tutti i modi, provocando spasmi alle gambe. Il dolore era il meno: la vera angoscia derivava dal fatto di non riuscire a mantenere il controllo sul suo corpo: gli intestini si scaricavano nei pantaloni puliti, il pene si stava rizzando senza l'apporto di un pensiero libidinoso, i piedi sgambettavano nell'aria alla ricerca di una presa, e le dita si aggrappavano alla corda. Tutti i suoi arti parevano vivere di vita propria, troppo intensamente tesi alla sopravvivenza per giacere fermi lasciando che la morte arrivasse.
Ma il loro sforzo era vano. Aveva programmato tutto troppo bene per fallire. La corda stava stringendosi ancora, i dolori alla schiena si stavano attenuando. La vita, ospite scomodo, se ne sarebbe andata presto. C'era molto rumore nella sua testa, come se si trovasse nel profondo della terra ad ascoltare l'echeggiare dei rumori del pianeta. Rumori assordanti, come il boato di una grande cascata, il ribollire della lava ardente. Breer, il grande Mangialamette, conosceva molto bene la terra. Ci aveva seppellito bellezze morte anche troppo spesso e si era riempito la bocca di terra come punizione per risputarla sul posto in cui aveva seppellito quei corpi così dolci. Ormai i rumori della terra avevano coperto qualsiasi altra cosa - i suoi respiri affannosi, la musica della radio e il traffico che veniva dalla strada. Il respiro si stava affievolendo; l'oscurità più totale stava avvolgendo completamente la stanza. Si rese vagamente conto di girare su se stesso - vedeva il letto, poi l'armadio, poi il rubinetto - ma anche le forme che riusciva a intravedere stavano affievolendosi.
Il corpo aveva rinunciato alla lotta. Gli pareva di avere la lingua a penzoloni, o forse se lo immaginava soltanto, come immaginava anche si sentirsi chiamare per nome.
Quasi all'improvviso, non vide più niente; la morte era vicina. Nessun rimpianto, nessun lucido ripensamento sulla storia della sua vita carica di colpa. Solo il buio, sempre più profondo, tanto che la notte, in confronto, sembrava luminosa. Era finita.
No; non ancora.
Non ancora. Si sentì invadere da un ammasso di sensazioni spiacevoli, che disturbavano l'intimità della sua morte. Sentì sul viso una brezza tiepida, che gli stimolava le estremità nervose. Dell'aria, non richiesta, stava riempiendo i suoi polmoni ormai sull'orlo del collasso.
Combatté contro la resurrezione, ma il suo salvatore era insistente. La stanza attorno a lui ricominciò a riprendere forma. Prima la luce, poi gli oggetti. Poi i colori, anche se confusi e poco luminosi. I rumori - i fiumi in piena e la lava bollente - erano spariti. Si sentiva tossire e percepì l'odore del vomito. La disperazione lo sopraffece. Non era nemmeno riuscito ad ammazzarsi?
Qualcuno lo chiamò per nome. Scosse la testa, ma la voce tornò a farsi sentire, e questa volta, alzando gli occhi rovesciati, si trovò di fronte a un viso.
E oh, non era finita: al contrario. Non era piombato né in Paradiso né all'Inferno. E non poteva nemmeno rallegrarsi del volto che stava fissando in quel momento.
« Pensavo di averti perso, Anthony », disse l'Ultimo Europeo.
19
Aveva raddrizzato la seggiola che Breer aveva usato per il tentativo di suicidio, e adesso ci stava seduto con espressione angelica. Breer tentò di dire qualche cosa, ma si sentiva la lingua troppo grossa per parlare e, toccandola, si sporcò le dita di sangue.
« Ti sei morso la lingua nell'entusiasmo », disse l'Europeo. « Per un po' di tempo non riuscirai a parlare e a mangiare bene. Ma guarirai, Anthony. Guarisce tutto con il tempo. »
Breer non aveva abbastanza forza per alzarsi dal pavimento; continuava a restare sdraiato per terra, con il laccio attorno al collo, mentre fissava la corda sfilacciata ancora attaccata al soffitto. L'Europeo, evidentemente, aveva semplicemente tirato la corda per farlo cadere. Il corpo aveva cominciato a scuotersi; i denti sbattevano come quelli di una scimmia.
« Sei in stato di choc », disse l'Europeo. « Resta sdraiato... Io vado a fare del tè, va bene? Un po' di tè dolce è proprio quello che ci vuole. »
Sebbene a fatica, Breer riuscì ad alzarsi da terra per mettersi sul letto. I pantaloni erano lordi di escrementi; una cosa disgustosa. Ma l'Europeo non si preoccupava. Lui perdonava tutto, Breer lo sapeva bene. Nessun altro uomo che Breer avesse mai incontrato in vita sua era capace di perdonare come lui; era rassicurante stare in compagnia di una persona tanto umana. Quello era un uomo che conosceva bene il suo animo corrotto e che mai l'aveva condannato per questo.
Adagiato sul letto, mentre nel suo corpo sempre più riapparivano segni di vita, Breer osservava l'Europeo preparare il tè. Erano molto diversi tra di loro. Breer aveva sempre provato timore nei confronti di quell'uomo. Eppure l'Europeo una volta gli aveva detto: « Sono l'ultimo della mia razza, Anthony, come tu lo sei della tua. In un certo senso ci assomigliamo ». Breer, la prima volta che l'aveva sentita, non aveva pienamente capito il significato di quella dichiarazione, ma poi sì. « Sono l'ultimo Europeo vero; tu sei l'ultimo dei Mangialamette. Dovremmo aiutarci tra di noi. » E l'Europeo aveva tenuto fede a quanto aveva detto, evitando che Breer venisse catturato in due o tre occasioni, applaudendo alle sue trasgressioni, insegnandogli che un Mangialamette era una cosa seria. In cambio di quei favori, non aveva mai chiesto che cose irrilevanti. Ma Breer aveva sempre sospettato che un giorno o l'altro l'Ultimo Europeo - per favore, chiamami Mamoulian, gli diceva sempre, ma lui non era mai riuscito a pronunciare bene quel nome comico - avrebbe riscosso il suo credito. E non si sarebbe trattato di un lavoretto facile; sarebbe stato qualche cosa di terribile. Breer lo sapeva e ne aveva paura.
Quando aveva deciso di uccidersi, era stato anche per fuggire da quel debito per sempre. Più stava lontano da Mamoulian - erano ormai passati sei anni dall'ultima volta che sì erano incontrati - e più il ricordo di quell'uomo lo spaventava. L'immagine dell'Europeo non si era sbiadita con il tempo, anzi. Le sue mani, i suoi occhi, la dolcezza della sua voce gli erano rimaste scolpite nella mente, anche se gli avvenimenti del passato erano ormai confusi. Era come se Mamoulian non se ne fosse mai andato completamente, era come se avesse lasciato un pezzo di sé nella mente di Breer per tenere d'occhio ogni passo dei suo servo.
Non era dunque una coincidenza che quell'uomo fosse entrato nella stanza al momento giusto per interrompere la scena finale della morte. Non era nemmeno una coincidenza che stesse parlando con Breer come se non si fossero mai lasciati, come se lui fosse un marito perfetto e Breer la sua moglie devota, come se gli anni non fossero mai trascorsi. Breer osservava Mamoulian muoversi tra il lavandino e il tavolo intento a preparare il tè, cercare la teiera, sistemare le tazze, comportarsi con perfetta efficienza domestica. Avrebbe dovuto pagare il suo debito, ormai ne era certo. Non ci sarebbe stata pace, fino ad allora. E solo al pensiero, Breer cominciò a singhiozzare piano.
« Non piangere », disse Mamoulian, senza distogliere lo sguardo dal lavandino.
« Io volevo morire », mormorò Breer. Le parole uscivano come se la bocca fosse stata piena di sassi.
« Ancora non puoi, Anthony. Mi devi dedicare un po' del tuo tempo. Lo dovresti sapere, no? »
« Io volevo morire », continuava a ripetere Breer in risposta. Cercava di lottare contro l'odio nei confronti dell'Europeo, poiché altrimenti se ne sarebbe accorto. Lo sapeva e forse si sarebbe infuriato. Ma era così difficile: il risentimento traspariva anche dai suoi singhiozzi.
« La vita è stata crudele con te? » gli domandò l'Europeo.
Breer tirò su con il naso. Non aveva voglia di un padre confessore, ma della morte. Non capiva Mamoulian che era troppo tardi per le spiegazioni, troppo tardi per una guarigione? Si sentiva una merda calpestata, la cosa più inutile di tutto il creato. L'immagine di un Mangialamette, il fatto di essere l'ultimo rappresentante di una razza una volta temuta, erano idee che l'avevano sostenuto anche negli anni più difficili, ma ormai aveva perso qualsiasi immaginazione per giustificare la propria viltà. Non era più possibile tentare quel gioco una seconda volta. E si trattava di un gioco, soltanto un gioco, Breer lo sapeva e odiava anche di più Mamoulian per le sue manipolazioni. Volevo soltanto morire, era l'unica cosa che riusciva a pensare.
Aveva parlato ad alta voce? Non gli sembrava, ma Mamoulian gli rispose come se avesse sentito tutto.
« Lo so. Ti capisco, ti capisco davvero. Pensi che sia tutta un'illusione: le razze e i sogni di salvezza. Ma credimi, non è così. Ci sono ancora degli scopi nella vita. Anche per noi due. »
Breer fece scorrere il dorso delle mani sugli occhi arrossati e cercò di controllare i singhiozzi. I denti non sbattevano più: era già un inizio.
« Sono stati difficili questi anni per te? » domandò l'Europeo.
« Sì », rispose intontito Breer.
L'altro annuì con il capo, guardando il Mangialamette con occhi compassionevoli; o almeno così sembrava.
« Almeno non ti hanno rinchiuso », disse. « Sei stato attento. »
« Sei stato tu a insegnarmi come fare », replicò Breer.
« Ti ho insegnato soltanto cose che già sapevi da solo, ma eri troppo confuso per capire. Se le hai dimenticate, te le posso insegnare di nuovo. »
Breer diede un'occhiata alla tazza di tè dolce e senza latte che l'Europeo aveva posato sul tavolo.
« ... oppure non ti fidi più di me? »
« Sono cambiate molte cose », mormorò Breer con fatica.
Fu Mamoulian a sospirare quella volta. Tornò a sedersi sulla sedia e cominciò a bere il tè prima di rispondere.
« Sì, credo proprio che tu abbia ragione. Ci sono sempre meno posti per noi due. Ma questo significa che dobbiamo arrenderci e morire? » Guardando quel viso pulito e aristocratico, quegli occhi scavati, Breer cominciò a ricordare perché si era fidato dì quell'uomo. La paura stava scemando, così anche la rabbia. Dall'altro emanava un senso di calma e sicurezza che stava contagiando anche i nervi scossi di Breer.
« Bevi il tè, Anthony. »
« Grazie. »
« Poi penso che dovresti cambiarti i pantaloni. »
Breer non riuscì a trattenersi dall'arrossire.
« Il tuo corpo ha avuto una reazione naturale, non c'è niente di cui vergognarsi. Lo sperma e la merda fanno girare il mondo. »
L'Europeo si mise a ridere, con garbo, affondando il viso nella tazza e Breer, senza capire che era una frecciatina diretta contro di lui, lo imitò.
« Non ti ho mai dimenticato », continuò Mamoulian. « Ti avevo detto che sarei ritornato da te e parlavo sul serio. »
Breer prese la tazza con tutte e due le mani che ancora tremavano e incontrò lo sguardo di Mamoulian. Era impenetrabile, come lo era sempre stato, ma si sentiva ben predisposto nei confronti di quell'uomo. Come aveva detto l'Europeo, non si era dimenticato, non se n'era andato per non tornare più. Forse aveva le sue buone ragioni per trovarsi in quel posto in quel momento, forse era tornato per pretendere il pagamento di un vecchio debito, ma era meglio così che essere dimenticato per sempre, no?
« Perché sei tornato adesso? » gli domandò posando la tazza.
« Ho qualcosa da fare », rispose Mamoulian.
« E hai bisogno del mio aiuto? »
« Esatto. »
Breer annuì. Aveva smesso completamente di piangere. Il tè gli aveva fatto bene: si sentiva abbastanza forte da fare un paio di domande insolenti.
« E che cosa ne sarà di me? » chiese.
A quella domanda l'Europeo si accigliò. La lampadina del comodino ebbe qualche guizzo, come se fosse sul punto di avere una crisi e di spegnersi per sempre.
« Che cosa ne sarà di te? » ripeté.
Breer sapeva di trovarsi su un terreno pericoloso, ma era determinato a non mostrarsi debole. Se Mamoulian voleva aiuto, doveva essere pronto a dare qualche cosa in cambio.
« Che cosa ci guadagno io? » domandò.
« Potrai ritornare a stare con me », rispose l'Europeo.
Breer fece un verso. Non era un'offerta che lo tentava.
« Non è abbastanza? » domandò seccamente Mamoulian. La lampadina tornò a traballare e improvvisamente Breer perse tutta la sua impertinenza.
« Rispondimi, Anthony », insisté l'Europeo. « Se hai delle obiezioni, esprimile. »
La situazione stava peggiorando, e Breer sapeva di aver commesso un errore nel costringere Mamoulian a scendere a patti. Non ricordava che l'Europeo odiava gli affari e gli affaristi? Istintivamente, toccò il cappio che aveva attorno al collo. Era stretto, ancora.
« Mi dispiace... » disse, quasi imbarazzato.
Prima che la lampadina si spegnesse completamente, si accorse che Mamoulian stava scuotendo la testa. Leggermente. Poi nella stanza piombò l'oscurità.
« Sei dalla mia parte, Anthony? » domandò l'Ultimo Europeo.
La voce, in genere abbastanza piatta, era spaventosamente alterata.
« Sì... » rispose Breer. I suoi occhi, pigri, non si stavano abituando all'oscurità con la velocità di sempre. Si sforzava di individuare la forma dell'Europeo nell'oscurità circostante. Non doveva preoccuparsi. Qualche minuto più tardi qualcosa, emanato da lui, sembrò attraversare la stanza e improvvisamente, incredibilmente, il corpo dell'Europeo si illuminò.
A quel punto, con quella lurida lanterna simboleggiante la sua potenza mentale, tutto fu dimenticato. Il buio, la vita stessa vennero dimenticati; c'era soltanto il tempo, in una stanza piena di terrori e di ricordi, per pensare e ripensare e forse, se qualcuno ne fosse stato capace, anche per pregare.
20
Rimasto solo nella stanza da letto-salotto di Breer, l'Ultimo Europeo si era seduto a giocare un solitario con il suo mazzo di carte preferito. Il Mangialamette si era cambiato ed era uscito a godere un po' di vita notturna. Se si fosse concentrato, Mamoulian avrebbe localizzato mentalmente quel parassita e avrebbe vissuto le esperienze che l'altro stava facendo per strada. Ma non ne aveva voglia. E poi, sapeva anche troppo bene quello che stava facendo il Mangialamette e la cosa lo disgustava. Qualsiasi rapporto sessuale, anche non necessariamente pervertito, lo rivoltava, e con il tempo questa sensazione si era sempre più radicata. A volte non riusciva a osservare quell'animale umano senza provare un senso di nausea. Ma Breer sarebbe stato utile nella battaglia che doveva sostenere; le sue voglie bizzarre gli conferivano delle capacità, per quanto atroci, che lo rendevano più adatto dei compagni che l'Europeo aveva tollerato durante la sua lunghissima vita.
La maggior parte degli uomini e delle donne nei quali Mamoulian aveva riposto la sua fiducia lo avevano tradito. Era una storia che si era ripetuta talmente spesso durante quegli anni che era sicuro di essersi fatto il callo al dolore che quei tradimenti gli provocavano. Invece, non era mai riuscito a raggiungere quella preziosa indifferenza. La crudeltà delle altre persone - che lo usavano come un oggetto - non aveva mai smesso di ferirlo e anche se aveva sempre dato una mano caritatevole a quelle menti straziate, una tale ingratitudine era imperdonabile. Forse una volta portato a termine quel gioco - una volta ripagato dei suoi debiti con il sangue, la paura e l'oscurità - forse allora avrebbe lasciato perdere quella voglia che lo tormentava di giorno e di notte e che lo spingeva continuamente verso nuove ambizioni e tradimenti. Forse, una volta finito tutto, sarebbe stato capace di sdraiarsi e morire.
Il mazzo di carte era pornografico. Giocava con quello solo quando si sentiva forte e si trovava da solo. Il fatto di toccare immagini estremamente sensuali era un test a cui si sottoponeva, e se avesse fallito, avrebbe fallito in privato. Dopotutto, si trattava soltanto di rappresentazioni di depravazione umana; riusciva a guardare le foto senza eccitarsi. Riusciva persino ad apprezzarne l'arguzia: il significato dei semi rapportati alle diverse attività sessuali, il modo in cui queste erano rappresentate. I cuori rappresentavano gli incontri tra maschio e femmina. Le spade erano esplicitamente dei peni e andavano dal semplice coito alle variazioni più elaborate. I bastoni erano particolareggiati: le figure rappresentavano attività anali con gli animali e gli altri orge omo ed eterosessuali. Gli ori, i più bei semi, erano sadomasochistici e, in questo caso, l'immaginazione dell'artista non aveva avuto limiti. Qui, uomini e donne si sottoponevano a qualsiasi tipo di degradazione e il punteggio della carta veniva definito dal numero di ferite a forma di diamante che i loro corpi riportavano.
Ma l'immagine più atroce del mazzo era quella del Jolly. Si trattava di un coprofago seduto di fronte a un piatto fumante di escrementi, con gli occhi luccicanti dall'avidità, mentre una scimmia pidocchiosa, dal viso tremendamente umano, mostrava il deretano raggrinzito.
Mamoulian prese quella carta e ne studiò le immagini. L'espressione lasciva di quel pazzo mangiatore di merda gli fece allargare le labbra scolorite in un amaro sorriso. Quello era sicuramente il ritratto umano più azzeccato. Le altre figure, con la pretesa di amore e piacere fisico, nascondevano quella terribile verità soltanto in parte. Prima o poi, a prescindere dal corpo, dal viso glorioso, dalla salute, dalla forza, dalla fede, un uomo veniva condotto a un tavolo scricchiolante sotto il peso dei suoi stessi escrementi e veniva costretto, per quanto il suo istinto si potesse rivoltare, a ingoiarli.
Ecco perché lui si trovava in quel posto. Per costringere un uomo a mangiare merda.
Fece cadere la carta sul tavolo ed emise una risata roca. Ci sarebbero state delle disgrazie: scene terribili.
Non ci sarebbe stata una fossa profonda abbastanza, promise alla stanza vuota, alle carte, alle tazze, al mondo intero.
Non ci sarebbe stata una fossa profonda abbastanza.
IV
Danza di scheletri
21
L'uomo sulla metropolitana stava citando i nomi di alcune costellazioni
« Andromeda... Orsa Maggiore... Cigno. » Il suo monologo veniva, per lo più, ignorato, anche se, quando una coppia di giovani gli disse di chiudere il becco, lui rispose accelerando leggermente il ritmo di citazione con un sorriso e un « Morirete per questo », intercalato tra un nome e l'altro. La risposta zittì gli importuni e il folle tornò alle sue analisi stellari.
Toy lo interpretò come un buon segno. In quei giorni, faceva caso a qualsiasi segnale anche se si era sempre considerato un uomo poco superstizioso. Forse era il cattolicesimo di sua madre, che, pur coscientemente rifiutato fin dalla tenera età, stava emergendo dal suo inconscio. Al posto dei miti della Vergine e della transustanziazione, cercava dei significati nelle piccole coincidenze -evitando le scale a pioli e gettandosi alle spalle un pizzico di sale quando la circostanza lo richiedeva. Erano manie recenti - succedevano solo da un paio di anni a quella parte - ed erano iniziate da quando aveva cominciato a frequentare la donna che stava andando a trovare anche in quel momento: Yvonne. Non era una donna timorata di Dio, assolutamente no. Ma la pace che era riuscita a portare nella sua vita aveva instaurato in lui un irrazionale timore di perderla da un momento all'altro. Ecco perché era diventato rispettoso delle scale a pioli e dei pizzichi di sale. Da quando Yvonne era entrata nella sua vita egli aveva nuove ragioni di essere più felice.
L'aveva conosciuta sei anni prima. A quei tempi faceva la segretaria nella filiale di una società chimica tedesca. Era una donna brillante e carina sui trentacinque anni la cui formalità mascherava un sottile humor e una disinibita estroversione. Era stato attratto da lei fin dall'inizio, ma la sua esitazione naturale di fronte a circostanze di quel tipo e anche la notevole differenza d'età gli avevano impedito di dichiararsi. Più tardi, era stata Yvonne a rompere il ghiaccio, facendo commenti in occasione delle sue visite - i capelli tagliati, la cravatta nuova - facendogli capire l'interesse che provava per lui. Una volta ricevuto quel segnale, Toy la invitò a cena e lei accettò. Era stato l'inizio di una serie di mesi spensierati.
Toy non era un uomo emotivo. L'assenza completa di estremismi nel suo carattere lo rendevano prezioso nell'entourage di Whitehead e aveva alimentato il suo riserbo fin quando, incontrata Yvonne, aveva cominciato a credere nella pubblicità di se stesso. Era stata lei a chiamarlo « pesce freddo »; era stata lei a insegnargli (con difficoltà) l'importanza di mostrare la propria debolezza, se non al mondo intero, almeno ai propri amici più intimi. C'era voluto del tempo. Aveva cinquantatre anni quando si erano conosciuti, e quel nuovo modo di pensare era in contrasto con il suo carattere. Ma lei fu tenace e, lentamente, si convinse anche lui. Continuava a domandarsi, allora, come aveva potuto vivere per tutto quel tempo in modo così diverso; una vita di servilismo nei confronti di un uomo che non conosceva la compassione e che era di un egocentrismo mostruoso. Attraverso gli occhi di Yvonne, notò la crudeltà di Whitehead, la sua arroganza, la bramosia di restare un mito; e anche se sperava di essere riuscito a non cambiare il proprio atteggiamento formale nei confronti del suo datore di lavoro, dietro quella patina di sottomissione e di umiltà, si alimentava sempre di più un risentimento che sfiorava l'odio. Solo ora, dopo sei anni, Toy riusciva a controllare i suoi sentimenti contraddittori nei confronti del vecchio e riusciva a dimenticare le cose peggiori, almeno quando non era alla portata della sfera d'influenza di Yvonne. Era molto difficile, quando si trovava coinvolto dai capricci di Whitehead, tener presente il punto di vista della sua donna, vedere il mostro sacro per ciò che era veramente: un mostro, sì, ma certamente non sacro.
Dopo dodici mesi, Toy era riuscito a convincere Yvonne a trasferirsi nella casa che Whitehead gli aveva comperato a Pimlico; un rifugio lontano dal mondo della Whitehead Corporation di cui il vecchio non si interessava, un posto dove lui ed Yvonne potevano parlare - o restare in silenzio insieme -; dove poteva soddisfare la sua passione per Schubert, e dove lei poteva scrivere lettere alla sua famiglia, che era dispersa per tutto il mondo.
Quella notte, quando rientrò, le raccontò dell'uomo sulla metropolitana, il citatore stellare. Lei trovò la storia senza senso; non riusciva a vederci alcuna romanticheria.
« Ho solo pensato che fosse strano », disse lui.
« Ci credo », rispose lei imperturbabile e tornò ai preparativi per la cena. Dopo alcuni attimi girò la testa verso di lui domandandogli: « Che cosa c'è che non va, Billy? »
« Perché dovrebbe esserci qualche cosa che non va? »
« È tutto a posto? »
« Sì. »
« Davvero? »
Era sempre molto abile nel tirargli fuori i segreti. Si arrese prima ancora di farla iniziare: non valeva la pena resistere. Si accarezzò il rilievo del naso rotto, dimostrazione chiara del suo nervosismo. Poi disse: « Crollerà tutto quanto. Tutto ». Aveva la voce tremante. Quando divenne chiaro che non aveva intenzione di ampliare il discorso, Yvonne appoggiò i piatti e gli si avvicinò. Toy alzò lo sguardo, turbato, sentendo la mano di lei che gli accarezzava l'orecchio.
« A che cosa stai pensando? » domandò lei in modo gentile. Si aggrappò alla sua mano.
« Potrebbe arrivare il momento... fra non molto... in cui ti chiederò di partire con me », disse.
« Partire? »
« Andare via. »
« Dove? »
« Non ci ho ancora pensato. Dovremo andarcene e basta. » Si interruppe per guardarle le dita intrecciate alle sue. « Verrai via con me? » domandò infine.
« Ma certo. »
« Non farai domande? »
« Che cosa succede, Billy? »
« Ho detto: niente domande. »
« Dovremo andarcene e basta? »
« Andarcene e basta. »
Lo fissò a lungo con espressione intensa: era confuso, povero amore. Ne aveva fin sopra i capelli di quel vecchio puzzolente di Oxford. Come odiava Whitehead, anche se non l'aveva mai incontrato.
« Sì, certo che verrò », ripeté.
Lui annuì con il capo. Yvonne pensò che fosse sul punto di piangere.
« Quando? » domandò.
« Non lo so. » Cercò di sorridere, ma non gli riuscì bene. « Forse non sarà nemmeno necessario. Ma credo che finirà tutto e, se dovesse succedere, non voglio che noi ne restiamo coinvolti. »
« La fai sembrare come la fine del mondo. »
Lui non rispose: era un argomento troppo delicato.
« Solo una domanda », tentò lei. « È importante per me. »
« Una. »
« Hai fatto qualche cosa, Billy? Cioè, qualche cosa di illegale? È per questo? »
Il pomo d'Adamo sobbalzò mentre ingoiava il suo dolore. Doveva insegnargli ancora molto; doveva imparare a comunicare quei sentimenti. L'avrebbe voluto: se n'era accorta anche lei dall'espressione dei suoi occhi. Ma, per il momento, era così. Lei avrebbe saputo come fare, senza soffocarlo. Lui l'avrebbe ascoltata. Aveva più bisogno lui della sua presenza silenziosa che lei di domande.
« Va bene », disse, « non c'è bisogno che tu me lo dica se non ne hai voglia. »
Le stringeva la mano tanto forte che pensava non si sarebbe mai più staccato da lei.
« Oh, Billy. Non può essere così terribile », mormorò.
E ancora una volta non ci fu risposta.
22
Le vecchie baracche erano quelle che Marty si ricordava, ma in quel posto si sentiva come un fantasma. Lungo i vicoli cosparsi di sporcizia in cui aveva giocato quando era un bambino, c'erano nuovi ragazzotti che sembravano divertirsi con giochi molto più pericolosi. Secondo le colonne dei giornali domenicali quei ragazzini sporchi di dieci anni fumavano spinelli. Sarebbero cresciuti, ai margini della società, diventando dei drogati; non si interessavano di niente e di nessuno, solo di se stessi.
Anche lui era stato un criminale adolescente, naturalmente. Il furto era un rito a cui non ci si poteva sottrarre da quelle parti. Ma era sempre stato di una forma passiva, quasi scontata: ronzavano furtivamente attorno a qualche cosa e la portavano via correndo. Se la preda diventava troppo problematica, la si abbandonava. C'erano un sacco di altre cose che potevano essere rubate. Non poteva essere chiamato crimine nel senso che quella parola aveva preso più tardi. Era l'istinto di prendere tutte le opportunità che venivano offerte, evitando di fare del male e sforzandosi un po' quando le cose non andavano proprio nel verso giusto.
Ma questi ragazzi - ce n'era un gruppetto all'angolo della Knox Street -sembravano un gregge di condannati. Anche se era cresciuto nel loro stesso squallido quartiere, in cui ogni tentativo di piantare un albero era un clamoroso insuccesso, pieno di muri scalcinati, circondato soltanto da cemento, anche se aveva condiviso tutto questo sentiva di non aver niente da spartire con loro. La loro disperazione e il loro lassismo lo intimorivano: dentro di loro c'era il vuoto più assoluto. Non era possibile maturare in quella strada, ma quei ragazzi non volevano uscirne. In un certo senso, era contento che sua madre fosse morta prima che quello sfacelo sfigurasse la zona.
Arrivò al numero ventisei. Era stato ridipinto. In occasione di una delle sue visite, Charmaine gli aveva detto che Terry, un suo cognato, aveva fatto il lavoro un paio di anni prima, ma Marty se l'era dimenticato e il fatto di trovarsi di fronte a un altro colore, dopo essersi immaginato la casa verde e bianca per anni, era come prendere uno schiaffo in faccia. Era un lavoro fatto male e la pittura sui serramenti della finestra si stava già scrostando. Dalla finestra erano state rimosse le tende che lui odiava tanto ed erano state sostituite da una veneziana, in quel momento, abbassata. Sul davanzale interno della finestra si vedeva una collezione di porcellane, regali di matrimonio, piene di polvere, intrappolate nello spazio tra l'avvolgibile e il vetro.
Aveva ancora le sue chiavi, ma non avrebbe osato usarle. E poi, poteva anche aver sostituito la serratura. Suonò il campanello. Non si sentì nessuno squillo dalla casa e lui sapeva che si poteva udire anche dalla strada, per cui era chiaro che non funzionava più. Bussò alla porta.
Per qualche minuto buono dall'interno non pervenne alcun rumore. Poi, alla fine, si sentirono dei passi strascicati (forse indossava un paio di sandali slacciati, che strusciavano per terra) e Charmaine aprì la porta. Aveva il viso struccato e le sue nudità diedero una risposta molto chiara al fatto di aver dovuto attendere. Era spiacevolmente sorpresa.
« Marty », fu tutto quello che riuscì a dire. Nessun sorriso di benvenuto, nessuna lacrima.
« Passavo per caso », disse lui, tentando di essere casuale. Ma fu subito chiaro che andarla trovare era stato un grosso errore.
« Pensavo che non ti avrebbero fatto uscire... » disse lei, poi si corresse: « ... Cioè, sai, pensavo che non ti avrebbero permesso di uscire dalla tenuta ».
« Ho chiesto un permesso speciale », rispose Marty. « Posso entrare o dobbiamo parlare sulla porta? »
« Oh... oh, sì. Ma certo. »
Lui entrò e lei gli chiuse la porta alle spalle. Ci fu un momento di disagio nell'ingresso strettissimo. Si trovavano talmente vicini da richiedere un abbraccio, ma erano entrambi in imbarazzo e lei risolse il problema scoccandogli un sorriso artificiale seguito da un bacio veloce sulle guance.
« Scusami », disse poi, senza riferirsi a qualche cosa di particolare. Lo condusse in cucina, attraverso il corridoio. « Non ti aspettavo davvero. Tutto qui. Vieni. Ho paura che sia un po' in disordine. »
La casa puzzava di muffa: come se avesse bisogno di essere arieggiata. Il bucato steso sui termosifoni rendeva l'atmosfera pesante, come la sauna del santuario.
« Siediti », lo invitò togliendo una borsa piena di cibarie da una delle sedie della cucina. « Devo ancora finire di sistemare. » C'era un secondo carico di bucato sul tavolo della cucina - igienicissimo - che cominciò a buttare nella lavatrice, nervosamente, evitando di incrociare il suo sguardo, mentre sembrava concentrarsi sul lavoro che stava facendo: gli asciugamani, la biancheria, le camicette. Non riconobbe nessuno di quei vestiti e si ritrovò a osservare tutti quegli abiti in cerca di qualcosa che le avesse già visto addosso. Almeno durante le visite in prigione. Ma erano tutte cose nuove.
« ... non ti aspettavo davvero... » stava dicendo, chiudendo la macchina e caricandola con il detersivo. « Ero sicura che avresti chiamato, prima. E guardami: sembro una barbona. Dio, proprio oggi che ho tanto da fare... » aveva finito con la lavatrice e, dopo essersi arrotolata sulle braccia le maniche del maglione, chiese: « Caffè? » e si voltò verso la caffettiera senza aspettare una risposta. « Hai un bell'aspetto, Marty, davvero. »
Come poteva dirlo? L'aveva guardato soltanto un paio di volte mentre lavorava senza sosta. Quanto a lui, non riusciva a staccarle gli occhi da dosso. La osservava mentre stava al lavandino, intenta a strizzare un vestito che ripose sul piano di lavoro, e niente era cambiato in otto anni - niente davvero - soltanto qualche ruga in più. Provò una sensazione che assomigliava al panico: una sensazione da reprimere per evitare che lo facesse impazzire.
Gli preparò il caffè; gli raccontò di quanto fossero cambiate le persone del vicinato; di Terry e delle storie per la scelta della vernice con cui dipingere la facciata della casa; di quanto costasse la metropolitana da Mile End a Wandsworth; di come lo trovasse bene - « Ti trovo veramente bene, Marty, non lo dico tanto per dire » - parlò di tutto e niente. Non era il solito modo di parlare di Charmaine e questo lo ferì. Anche lei ci stava male, ne era sicuro. Stava soltanto cercando di far passare il tempo, tutto qui, stava riempiendo i minuti con chiacchiere inutili, affinché rinunciasse per la disperazione e se ne andasse.
« Senti » disse. « Devo veramente cambiarmi. »
« Devi uscire? »
« Sì. »
« Oh. »
« ... se mi avessi avvertita, Marty, mi sarei tenuta libera. Perché non mi hai telefonato? »
« Forse potremmo uscire a pranzo qualche volta », suggerì lui.
« Forse. »
Era intenzionalmente vaga.
« ... ho un po' troppo da fare ultimamente. »
« Mi piacerebbe parlare un po' con te. Sai, come si deve. »
La donna si stava irritando, Marty ne riconosceva i sintomi e lei si accorse che la stava scrutando. Prese le tazze del caffè e le portò al lavandino.
« Devo sbrigarmi davvero », disse. « Fatti ancora un po' di caffè, se vuoi. C'è tutto nel... beh, conosci il posto. Ci sono qui un sacco di cose tue, sai? Riviste di motociclette e cose del genere. Te le preparerò. Scusami. Vado a cambiarmi. »
Si precipitò nel corridoio e poi su per le scale. La sentì muoversi pesantemente; non aveva mai avuto il passo leggero. L'acqua stava scorrendo nel bagno. Si diresse nella stanzetta sul retro della cucina. Sapeva di mozziconi di sigarette, il portacenere appoggiato sul bordo del divano nuovo era stracolmo. Rimase in piedi sulla porta osservando gli oggetti della stanza come aveva fatto con i vestiti sporchi, alla ricerca di qualcosa di familiare. Non c'era molto. L'orologio alla parete era un regalo di nozze e si trovava ancora al solito posto. Lo stereo all'angolo era nuovo, un modello vistoso acquistato da Terry. A giudicare dalla polvere che c'era sul piatto, veniva usato molto di rado e la pila di dischi di fianco era molto bassa. C'era ancora una copia della canzone di Buddy Holly True Love Ways?; l'avevano sentita tanto che ormai doveva avere i solchi bucati; l'avevano ballata insieme proprio in quella stanza - non era stato un ballo vero e proprio, ma soltanto una scusa per tenersi stretti, come se avessero avuto bisogno di scuse. Era il tipo di canzone che lo rendeva romantico e triste allo stesso tempo: parole che decantavano un amore irraggiungibile. Dovevano essere così le canzoni d'amore, così erano vere.
Incapace di restare un momento di più in quella stanza, cominciò a salire le scale.
Lei si trovava ancora in bagno. La porta non aveva la serratura; da bambina era rimasta chiusa in un bagno e aveva sempre avuto paura che la cosa potesse ripetersi, per cui aveva insistito nel lasciare tutte le porte di casa prive di serrature. Bisognava fare un fischio dal bagno, se si voleva avvertire che era occupato. Aprì la porta. Aveva soltanto gli slip; si stava rasando le ascelle. Si accorse del suo ingresso dallo specchio e proseguì nel lavoro che stava facendo.
« Non volevo più caffè », disse lui laconicamente.
« Ti sei abituato alle cose care, eh? » ribatté lei.
Erano a pochi centimetri di distanza e lui si sentì fremere d'eccitazione. Conosceva ogni piccolo particolare di quel corpo, sapeva come toccarla per farla ridere. Una conoscenza così profonda gli conferiva un briciolo di proprietà su di lei; e lui apparteneva a lei per le stesse ragioni. Le si mise al fianco e le sfiorò il basso schiena con un dito, facendolo scorrere per tutta la spina dorsale.
« Charmaine. »
Lo guardò dallo specchio - il primo sguardo fermo che gli aveva rivolto da quando era entrato in casa - e Marty si rese immediatamente conto che ogni speranza di rapporto fisico tra di loro doveva essere dimenticata. Lei non lo voleva; o, comunque, non l'avrebbe mai ammessO.
« Non sono disponibile, Marty », gli disse sommessamente.
« Siamo ancora sposati. »
« Non voglio che tu resti qui. Mi dispiace. »
Anche quando lui era entrato in casa aveva detto: « Mi dispiace ». La frase, però, non era di scusa, era solo un modo di dire.
« Ho pensato tanto a questo », disse lui.
« Anch'io, ma ho smesso cinque anni fa. È meglio così; lo sai anche tu. »
Le sue dita avevano raggiunto le spalle. Era sicuro di aver percepito un tremito a quel tocco, un guizzo di eccitazione era passato dalla carne di lei a quella di lui. Le si erano induriti i capezzoli; forse per la corrente d'aria, forse no.
« Vorrei che te ne andassi », gli disse tranquillamente, fissando il rubinetto. La voce le tremava e forse avrebbe pianto. La voleva vedere piangere, anche se era vergognoso doverlo ammettere. Se l'avesse fatto, l'avrebbe baciata per consolarla e lei si sarebbe addolcita e sarebbero finiti a letto; lo sapeva. Era per questo che lei stava lottando per non mostrare i propri sentimenti, anche lei conosceva il copione ed era determinata a non aprirsi di fronte a lui.
« Per favore », disse ancora fermamente. Le lasciò le spalle. Non c'era stato nessun fremito; si era sbagliato. Era una storia passata.
« Forse un'altra volta », disse lui cercando di non mostrare troppo il suo disappunto.
« Sì », rispose, contenta di concedere una conciliazione comunque laconica. « Però, prima, telefona. »
« Me ne vado subito. »
23
Passeggiò per un'ora, scansando orde di ragazzini che tornavano a casa da scuola picchiandosi e urlando. C'erano segni di primavera in ogni angolo. La natura, pur in un ambiente così ristretto, faceva quello che poteva. Nei piccoli giardinetti sul davanti delle case e nei vasi sui davanzali sbocciavano i primi fiori; sui pochi alberelli sopravvissuti ai vandalismi spuntavano le prime foglie. Se fossero riusciti a superare qualche altra stagione di freddo, sarebbero cresciuti tanto da permettere agli uccelli di farci il nido. Magari qualche storno chiassoso. Così ci sarebbe stata un po' d'ombra durante l'estate, e un posto dove far sedere la luna se capitava di guardare dalla finestra durante la notte. I suoi pensieri - la luna e gli storni - erano quelli di un adolescente al primo amore, ormai inadeguati per lui. Era stato un errore tornare in quel posto; era stata una crudeltà verso se stesso e anche nei confronti di Charmaine. Le avrebbe telefonato, come gli aveva consigliato lei, e l'avrebbe invitata a un pranzo più allegro. Poi le avrebbe detto che non aveva importanza, che era pronto a dividersi da lei e che sperava di vederla ogni tanto, si sarebbero salutati in modo civile, senza rancore e lei sarebbe tornata alla vita che ormai si era organizzata, lui alla sua. Da Whitehead, da Carys. Sì, da Carys.
E improvvisamente proruppe in lacrime, come un bambino; si trovava in mezzo a una strada che non riusciva a riconoscere, accecato com'era. I ragazzini lo sfioravano nel passargli accanto, alcuni si giravano, altri, che ne captavano l'angoscia, gli lanciavano frecciate scurrili. Sono ridicolo, pensò, ma non riusciva a calmarsi. Per cui si diresse in un vicolo, coprendosi il volto con le mani, e aspettò di riprendere il controllo di sé. Una parte di lui, distaccata, guardava l'altra singhiozzare, scuotendo il capo per la debolezza e la confusione che stava osservando. Odiava vedere piangere gli uomini, lo metteva in imbarazzo; ma questo non gli era d'aiuto. Si sentiva perso: si sentiva perso e impaurito. Bastava questo per farlo piangere.
Dopo aver pianto, cominciò a sentirsi meglio. Si asciugò il viso e rimase in un angolo del vicolo finché non riacquistò la completa padronanza di sé.
Erano le cinque meno dieci. Era già passato da Holborn a prendere le fragole; l'unico incarico che aveva in città. A quel punto, fatto il proprio dovere, incontrata Charmaine, aveva ancora tutto il resto della notte per divertirsi. Ma aveva perso molto del suo entusiasmo. Quando i pub avrebbero aperto si sarebbe bevuto un paio di bicchieri di whisky. L'avrebbero aiutato a sciogliere il nodo che sentiva allo stomaco e, forse, anche stimolato l'appetito, ma ne dubitava.
Per occupare il tempo che restava, fece una passeggiata lungo la via principale. Molti dei negozi erano stati aperti due anni prima che lui finisse in prigione: un insieme di mattoni bianchi, palme di plastica e vetrine sfolgoranti. Ma ormai, dopo neppure dieci anni dalla costruzione, sembravano pronti per la demolizione. Erano pieni di crepe, i corridoi e le scale mobili erano sudicie, molti negozi avevano già chiuso, altri erano così privi di clienti e di attrattive che ormai l'unica alternativa restante ai proprietari era quella di dare loro fuoco durante la notte, farsi pagare dal l'assicurazione ed eclissarsi velocemente. Trovò un'edicola gestita da un pachistano derelitto, comperò un pacchetto di sigarette e si diresse verso l'Eclipse.
Avevano appena aperto e il pub era ancora deserto, Una coppia di skinhead stava giocando a dadi; nella saletta a fianco si stava festeggiando qualcosa: si levò un coro di Tanti auguri a Maureen. La televisione era sintonizzata sul telegiornale del pomeriggio ma non riuscì a sentire niente per il vocio della festa, e comunque non gli interessava per niente. Dopo aver preso un bicchiere di whisky al bar, andò a sedersi e cominciò a fumarsi le sigarette che aveva appena acquistato. Si sentiva sfinito. L'alcol, invece di sollevargli lo spirito, lo depresse ancora di più.
I pensieri scorrevano nella sua mente. Libere associazioni di idee creavano immagini particolari. Carys e lui e Buddy Holly. Quella canzone, True Love Ways, risuonava nella piccionaia, mentre lui ballava con la ragazza all'aperto.
Quando riuscì a scrollare dalla sua testa quei pensieri, notò che erano arrivati nuovi clienti; un gruppo di ragazzi molto rumoroso, che rideva sguaiatamente coprendo con le sue. urla sia la televisione sia il brusio della festa. Uno in particolare era il centro dell'attenzione; un individuo alto e dinoccolato dal sorriso tanto aperto da assomigliare alla tastiera di un pianoforte. A Marty ci volle un po' di tempo per riconoscerlo: quel clown era Flynn. Tra tutte le persone che pensava di poter incontrare in quel tugurio, Flynn era l'ultima. Marty si stava alzando proprio mentre lo sguardo di Flynn - che magica coincidenza cadeva su di lui. Marty si sentì gelare, come un attore che non ricordava la prossima mossa, e non sapeva più se continuare o sedersi di nuovo. Non era sicuro di essere pronto a sorbirsi Flynn. Ma ormai l'altro l'aveva riconosciuto, ed era troppo tardi per nascondersi.
« Gesù Cristo », esclamò Flynn. Il sorriso sparì momentaneamente, per lasciare posto a un'espressione di incredulità, per poi tornare più radioso di prima. « Guardate chi c'è », urlò avanzando in direzione di Marty con le braccia spalancate in segno di benvenuto, rivelando da sotto la giacca la camicia più larga che l'uomo avesse mai potuto creare.
« Oh, cazzo! Marty! Marty! »
Si abbracciarono, si strinsero le mani. Era difficile farsi sentire in quel baccano, ma Flynn ci riuscì con l'efficienza di un venditore da piazza.
« Ma guarda un po'! Che caso! Che caso! »
« Ciao, Flynn. »
Marty si sentiva come un cugino di campagna di fronte a quell'uomo sprizzante di gioia, tutto battutine e colori. Il sorriso di Flynn era ancora più smagliante mentre trascinava Marty attraverso il bar per presentarlo agli amici, poi offrì un doppio brandy a tutti per celebrare il ritorno di Marty.
« Non sapevo che saresti uscito così presto », esclamò Flynn punzecchiandolo. « Sarà stato per buona condotta. »
Gli altri non fecero nemmeno il tentativo di interrompere il discorso iniziato dal loro boss e cominciarono a parlare tra di loro, lasciando Marty alla mercé di Flynn. Tranne che per i capelli, che si erano notevolmente diradati, non era cambiato. Come sempre indossava abiti all'ultima moda ed era sempre lo stesso impostore di una volta, pronto a raccontare un sacco di frottole. Si era messo nel giro della musica, aveva contatti a Los Angeles, intendeva aprire uno studio di registrazione nella zona. « Ho pensato molto a te », disse. « Mi chiedevo come te la stavi passando. Avrei voluto venire a trovarti; ma pensavo che forse non ti avrebbe fatto piacere. » Aveva ragione. « E poi, io non sono mai a casa, sai? Allora, raccontami, vecchio mio, che cosa stai facendo? »
« Sono venuto a trovare Charmaine. »
« Oh », sembrava aver dimenticato chi fosse. « Sta bene? »
« Così e così. Tu invece hai l'aria di stare bene. »
« Ho anch'io i miei problemi, ma chi non li ha? Comunque sto bene. » Abbassò la voce. « I soldi si fanno soltanto con la droga ormai. Non l’erba, ma roba pesante. Più che altro tratto la cocaina; ogni tanto anche l'ero. Non mi piace averci a che fare... ma, sai, io ho gusti costosi. » Atteggiò il volto a un'espressione di sofferta impotenza e si voltò verso il bancone per ordinare qualcos'altro da bere proseguendo poi nel racconto di altre idiozie e sbruffonate. Dopo una certa resistenza iniziale, Marty cominciò a soccombere. Flynn aveva un potere di inventare storie che era sempre stato irresistibile. Ogni tanto si interrompeva per fare qualche domanda agli amici e Marty aspettava. Lui aveva poco da raccontare. Era sempre stato così. Flynn il prepotente, svelto e furbo; Marty il tranquillo, pieno di dubbi. Due estremi che si completavano. Semplicemente per il fatto di essere di nuovo con Flynn, Marty tirò un sospiro di sollievo.
La serata passò molto velocemente. Altre persone si unirono a Flynn, per bere in sua compagnia e poi andarsene, rallegrati dalla sua irresistibile parlantina. Marty riconobbe qualcuno tra quelli che erano intervenuti a bere, ci furono degli incontri imbarazzanti, ma tutto fu facilitato dal buonumore di Flynn. Alle dieci e un quarto sparì per una quindicina di minuti - « Devo concludere un piccolo affare » - e tornò con un mazzo di soldi nella tasca interna della giacca che cominciò subito a spendere.
« Quello di cui hai bisogno », disse a Marty, quando ormai i bicchieri ingurgitati non si contavano più « ...è una brava donna. No... » si corresse ridacchiando « ... no, no, no. Hai bisogno di una donnaccia. »
Marty annuì, sentendosi la testa instabile sul collo. « L'hai detta giusta », sentenziò solennemente.
« Andiamo a trovarcene una, eh? Ci stai? »
« Va bene.»
« Tu hai bisogno di compagnia, amico, e anch'io. E mi occupo anche di questo, sai? Ho sempre qualche donnina a disposizione. Te ne troverò una. »
Marty era troppo ubriaco per discutere. E poi, il pensiero di una donna - comprata o sedotta, che differenza faceva? - era l'idea migliore che avesse sentito da molto tempo. Flynn si eclissò un attimo, andò * fare una telefonata e tornò raggiante.
« Nessun problema », disse. « Nessun problema. L'ultimo bicchiere e poi ce ne andiamo. »
Marty seguì la sua guida, come un agnellino. Bevvero l'ultimo bicchierino, uscirono dall'Eclipse e girarono l'angolo verso la macchina di Flynn, una Volvo che aveva sicuramente visto giorni migliori. Ci vollero cinque minuti per raggiungere una casa isolata. Alla porta venne ad aprire una bella negra.
« Ursula, questo è il mio amico Marty. Marty, saluta Ursula. »
« Ciao, Ursula. »
« Dove sono i bicchieri, dolcezza? Il paparino ha portato da bere. »
Bevvero qualche cosa insieme e poi andarono di sopra; fu solo allora che Marty si rese conto che Flynn non aveva nessuna intenzione di andarsene. Sarebbe stato un menage à trois, come ai vecchi tempi. L'inquietudine iniziale sparì non appena la ragazza cominciò a spogliarsi. L'alcol gli aveva sciolto le inibizioni e, dal bordo del letto su cui si era seduto, cominciò a incitare lo strip, vagamente conscio che Flynn si stava divertendo più per la sua bramosia che non per la ragazza stessa. Lascia che guardi, si disse Marty, è una festa.
Nella stanza piccola e poco illuminata, il corpo di Ursula sembrava scolpito in un panetto di burro nero. Tra i seni pieni ciondolava una crocetta d'oro, sfavillante. Anche la sua pelle luccicava; ogni poro era contrassegnato da una gocciolina di sudore. Anche Flynn aveva incominciato a spogliarsi e Marty ne seguì l'esempio, barcollando mentre si toglieva i jeans, incapace di distogliere lo sguardo dalla ragazza che era andata a sedersi sul letto, mettendosi le mani all'inguine.
Quella che seguì fu una rieducazione sessuale. Come un nuotatore che ritorna in acqua dopo anni di assenza, gli tornarono in mente tutte le mosse giuste. Nelle due ore che seguirono, diede una perfetta dimostrazione della sua virilità: guardandosi attorno, notò la faccia divertita di Flynn che succhiava le dita dei piedi di Ursula; Ursula stava indugiando, come una colomba nera, di fronte alla sua erezione prima di ingoiarla fino alla radice; Flynn le leccava le mani e sorrideva, leccava e sorrideva. E poi si spartirono Ursula: Flynn, naturalmente, sodomizzandola perché era dall'età di undici anni che dichiarava fosse la cosa più piacevole da fare con le donne.
Nel mezzo della notte, si erano addormentati tutti insieme, Marty venne svegliato da Flynn che stava rivestendosi. Andava a casa, forse; ammesso che vi fosse un posto che potesse essere chiamato così.
24
Si svegliò poco prima dell'alba, disorientato finché non si accorse del respiro pesante di Ursula al suo fianco. Si congedò da lei velocemente e andò alla ricerca di un taxi che Io riaccompagnasse alla sua macchina. Fece ritorno al santuario alle otto e mezzo. Sapeva che la stanchezza prima o poi l'avrebbe sopraffatto ma conosceva bene il proprio corpo. Avrebbe avuto alcune ore a disposizione prima di scontare quel debito.
Pearl era in cucina intenta a preparare la colazione. Si scambiarono qualche frase di rito e poi sedette al tavolo ingurgitando tre tazze di caffè nero, una di seguito all'altra. Aveva la bocca impastata e il profumo di Ursula, che la sera prima gli era parso tanto afrodisiaco, era troppo dolciastro di mattina. L'aveva sulle mani e nei capelli.
« Passato una buona serata? » domandò Pearl. Lui annuì senza rispondere. « Sarà meglio che tu faccia una colazione abbondante; non potrò preparare il pranzo oggi. »
« Come mai? »
« Avrò troppo da fare per la cena di stasera. »
« Quale cena? »
« Te ne parlerà Bill. Vuole vederti. È in biblioteca. »
Toy, pur non essendo ancora in forma perfetta, non sembrava così malato come l'ultima volta che l'aveva visto. Forse si stava curando o forse si era preso una vacanza.
« Voleva parlarmi? »
« Sì, Marty. Ti sei divertito in città? »
« Moltissimo. Grazie per averlo reso possibile. »
« Non è stato merito mio ma di Joe. Piaci a tutti, qui, Marty. Lillian mi ha detto che piaci persino ai cani. »
Toy si avvicinò al tavolo, prese la scatola di sigarette, e ne scelse una. Marty non l'aveva mai visto fumare prima di allora.
« Oggi non vedrai il signor Whitehead; ci sarà una piccola riunione questa sera ... »
« Sì, Pearl me ne ha accennato. »
« Non è niente di speciale. Ogni tanto il signor Whitehead organizza delle cene per pochi intimi. Il punto è che lui desidera farle restare riunioni intime, per cui non è richiesta la tua presenza. »
Marty ne fu sollevato, sarebbe potuto andare a dormire un po' prima.
« Ovviamente, devi essere a portata di mano, nel caso avessimo bisogno di te per qualsiasi ragione, ma credo che sia improbabile. »
« Grazie, signore. »
« Credo che tu mi possa dare del tu, in privato, Marty; non vedo perché si debba continuare con le formalità. »
« Okay. »
« Vedi... » fece una pausa per accendersi la sigaretta « ... siamo tutti dei servi qui, no? In un modo o nell'altro. »
Dopo la doccia, pensò di andare a fare una corsa ma considerò l'idea come masochistica, allora si sdraiò appisolandosi; i primi segni dei postumi cominciavano a farsi sentire. Non conosceva nessuna cura per prevenirli. L'unica era dormirci sopra.
Si svegliò soltanto a metà pomeriggio, affamato. Non si sentiva nessun rumore in casa. Da basso, la cucina era vuota, soltanto il ronzio di una mosca sulla finestra - la prima della stagione che Marty avesse visto - ne rompeva l'asettica calma. Evidentemente, Pearl aveva terminato i preparativi per la cena in programma per la serata e se n'era andata per poi tornare più tardi, forse. Si diresse al frigorifero alla ricerca di qualche cosa per calmare la pancia che reclamava. Si confezionò un enorme sandwich con fette di prosciutto che debordavano dal panino. Mise a scaldare del caffè e andò alla ricerca di un po' di compagnia.
Sembrava che tutti fossero spariti dalla faccia della terra. Camminando per la casa, si sentì invadere dalla solitudine pomeridiana. Il persistere del mal di testa contribuiva a renderlo nervoso. Continuava a guardarsi alle spalle come se si trovasse in una strada mal illuminata. Al piano di sopra era tutto ancor più silenzioso che da basso; i passi sul pavimento pieno di tappeti erano così attutiti che gli sembrava di non avere peso. Cominciava a tremare.
A metà corridoio - quello di Whitehead - arrivò al punto che, secondo le istruzioni, non poteva superare. Quella era l'ala della suite privata del vecchio, come anche quella di Carys. Qual era la sua stanza? Cercò di immaginare la piantina della casa da come la conosceva dall'esterno, per localizzare la stanza attraverso un processo di eliminazione, ma gli mancava la capacità di collegare le finestre con le porte a cui si trovava di fronte.
Non erano tutte chiuse. La terza alla sua destra era leggermente socchiusa: e dall'interno, con le orecchie tese al massimo, riuscì a sentire qualcosa che si muoveva. Era sicuramente lei. Attraversò la linea immaginaria proibita, senza pensare a quale sarebbe stata la punizione per questo, troppo desideroso di vederla, di parlarle. Raggiunse la porta e la spinse.
Carys era là. Era semisdraiata sul letto, intenta a fissare un punto davanti a sé. Marty stava per entrare quando sentì qualcun altro muoversi nella stanza, nascosto dalla porta. Non aveva bisogno di aspettare per sapere che si trattava di Whitehead.
« Perché mi tratti così male? » le stava chiedendo a bassa voce. « Lo sai che mi fai star male quando fai così. »
Lei non disse niente: se anche l'aveva sentito, non ne dava alcun segno.
« Non ti chiedo così tanto, no? », continuò il vecchio. Gli occhi di lei si spostarono verso di lui. « Beh, ti chiedo troppo? »
Infine, Carys rispose. Lo fece con voce talmente bassa che Marty fece fatica a sentirne le parole. « Non ti vergogni? », gli domandò.
« Ci sono cose peggiori, Carys, di aver bisogno di qualcuno; credimi. »
« Lo so », rispose lei, distogliendo lo sguardo. C'era tanto dolore e tanta sottomissione in quelle due parole; lo so. Marty ebbe improvvisamente voglia di toccarla, di cercare di addolcire la ferita sconosciuta che la faceva soffrire. Whitehead attraversò la stanza e andò a sedersi sull'orlo del letto. Marty si ritrasse dalla porta, per paura di essere sorpreso, ma l'attenzione di Whitehead era concentrata sull'enigma che gli stava di fronte.
« Che cosa sai? » le domandò. La gentilezza di qualche minuto prima era completamente sparita. « Mi stai nascondendo qualche cosa? »
« Sono solo sogni », rispose. « Sempre di più. »
« Che sogni? »
« Lo sai. Sempre gli stessi. »
« Tua madre? »
Carys annuì, impercettibilmente. « E anche altri », disse.
« Chi? »
« Non si fanno mai riconoscere. »
Il vecchio sospirò e distolse lo sguardo dalla figlia. « E nei sogni che cosa succede? », domandò.
« Cerca di parlarmi. Cerca di dirmi qualche cosa. »
Whitehead non indagò oltre. Non sarebbe servito. Gli si erano incurvate le spalle. Carys lo guardava, percependone la sconfitta.
« Dov'è, papà? » gli domandò, sporgendosi verso di lui e mettendogli un braccio al collo. Era un gesto chiaramente artefatto; gli offriva la sua intimità soltanto per ottenere da lui quello che voleva. Quante volte si era offerta in tutto quel tempo? Avvicinò il viso a quello del padre; la luce del pomeriggio ne sottolineava i contorni.« Dimmi, papà », domandò ancora, « dove pensi che sia? » e Marty si accorse del sarcasmo che traspariva da quella domanda apparentemente innocente. Non sapeva che cosa potesse significare. Non capiva nemmeno il significato di tutta quella scena piena di freddezza. Ma lei aveva fatto quella domanda piena di amore sarcastico - e lui dovette aspettare qualche minuto, prima di sentire la risposta del vecchio.
« Nei sogni », rispose, guardando altrove. « Soltanto nei sogni. »
Lei lasciò ricadere il braccio.
« Non mentire con me », lo accusò con distacco.
« Posso dirti solo questo », rispose lui; il tono della voce induceva alla compassione. « Se tu sai qualche cosa di più... » si voltò a guardarla e le domandò seriamente: « Sai qualche cosa? »
« Oh, papà », mormorò risentita. « Altri complotti? » Quanti inganni e contro-inganni erano stati usati in quello scambio di parole? « Non sospetterai di me, adesso, vero? »
Le mise una mano sul viso e si avvicinò per posare le sue labbra sulle sue. Prima che si baciassero, Marty se n'era andato.
C'erano cose che non riusciva a guardare.
25
Le macchine cominciarono ad arrivare verso sera. Dall'ingresso si sentivano delle voci, che Marty riconobbe. Erano sempre i soliti invitati; il Danzatore del Ventaglio e i suoi compagni; Ottaway, Curtsinger e Dwoskin. Sentì anche voci di donne. Si erano portati le mogli. Si domandò che tipo di donne fossero. Una volta belle, ormai acide e disilluse. Senza dubbio, stanche dei propri mariti che pensavano più al denaro che a loro. Captò le loro risate e più tardi, passando dall'ingresso, sentì anche il loro profumo. Aveva sempre avuto un buon fiuto. Saul sarebbe stato orgoglioso di lui.
Verso le otto e un quarto andò in cucina a riscaldare il piatto di ravioli che Pearl gli aveva lasciato, poi si ritirò in biblioteca a guardarsi qualche incontro di boxe in videocassetta. Gli avvenimenti del pomeriggio gli ronzavano ancora per la testa. Per quanto si sforzasse non riusciva a togliersi Carys dalla mente, e lo stato emotivo in cui si trovava, sul quale aveva così poco controllo, lo irritava. Perché non riusciva a essere come Flynn, che comprava le donne per la notte per poi andarsene la mattina dopo? Perché faceva sempre confusione tra i sentimenti, tanto da non distinguere l'uno dall'altro? Alla televisione, il match stava diventando sempre più violento, ma lui non riuscì nemmeno a capire chi avesse vinto e chi avesse perso. La sua mente stava ripensando all'espressione imperturbabile di Carys sdraiata sul letto, nel tentativo di trarne qualche spiegazione.
Lasciando acceso il televisore, tornò in cucina a prendersi un paio di birre dal frigorifero. In quella parte della casa non si sentiva nemmeno una voce degli ospiti. D'altronde una riunione tanto civile non poteva essere rumorosa, non è vero? Soltanto il tintinnio dei bicchieri e il parlottare di gente ricca.
Beh, al diavolo tutti quanti, pensò. Whitehead, Carys e tutti gli altri. Non era il suo mondo e non voleva entrare a farvi parte. Poteva avere tutte le donne che voleva in qualsiasi momento - doveva soltanto alzare il telefono e chiamare Flynn. Non era un problema. Che facessero pure i loro dannati giochi: a lui non interessava. Bevve la prima lattina di birra in cucina, poi ne prese altre due e le portò nel tinello. Si sarebbe ubriacato. Oh, sì. Si sarebbe ubriacato tanto da non pensare più a niente. Nemmeno a lei. Perché a lui non interessava. Non gli interessava.
La cassetta era finita e lo schermo era scuro. Ronzava, pieno di puntini neri e bianchi. Le trasmissioni sono sospese. Non era così che si diceva? Quei puntini erano il ritratto del caos: l'universo che parlava con se stesso. Le onde dell'aria non sono mai veramente vuote.
Spense il televisore. Non aveva più voglia di vedere la boxe. Anche la sua testa ronzava: chissà se c'erano anche lì i puntini.
Andò a sedersi e tracannò un'altra lattina in due sorsi. L'immagine di Carys in compagnia di Whitehead tornò a tormentarlo. « Vattene », disse ad alta voce; ma l'immagine persisteva. La voleva, era per questo? Sarebbe finito quel tormento se uno di quei pomeriggi l'avesse portata nella piccionaia e l'avesse posseduta fino a farle dire basta? Quel pensiero lo disgustò: non poteva risolvere gli interrogativi che gli pervadevano la mente cercando di degradarli a semplice desiderio sessuale.
Mentre apriva la terza lattina, si accorse che gli sudavano le mani; un sudore viscido che lo disgustava. Si asciugò le mani sui jeans e ripose la birra. Il suo nervosismo era aumentato e si rese conto che non era solo per il pensiero di Carys. C'era qualcosa che non andava. Si alzò e andò alla finestra. Guardando la completa oscurità oltre il vetro, capì di che cosa si trattava. Le luci del prato e della siepe perimetrale non erano state accese. Se ne sarebbe occupato lui. Per la prima volta da quando era arrivato in quella casa, vide com'era la notte là fuori: un tipo di notte scura che non aveva mai visto in vita sua. A Wandsworth c'era sempre la luce accesa: i riflettori sulle mura di cinta restavano accesi dal tramonto all'alba. Ma in quel posto, senza nemmeno le luci della strada, faceva proprio buio.
Notte; fine delle trasmissioni.
26
Anche se Marty era convinto del contrario, Carys non aveva preso parte alla cena. Godeva dì poche libertà; tra queste poteva reclinare gli inviti di suo padre alle cene. Aveva resistito a un pomeriggio di lacrime e di accuse da parte del padre. Era stanca dei suoi baci e dei suoi dubbi. Per cui quella sera si sarebbe iniettata una dose più potente del solito, alla ricerca della tranquillità. Voleva soltanto sdraiarsi, pensando di non esistere.
Mentre stava appoggiando la testa sul cuscino si sentì toccare da qualcosa o da qualcuno. Si guardò intorno, sorpresa. La stanza era vuota. Le lampade erano accese e le tende erano chiuse. Non c'era nessuno: era solo uno scherzo dei nervi, tutto qua. Eppure alla base del collo, dove le era sembrato di essere stata toccata, sentiva un formicolio. Si toccò con le mani e si massaggiò. La dose aveva leggermente attutito il letargo in cui normalmente si trovava. Non avrebbe riappoggiato la testa finché il cuore non avesse smesso di batterie forte.
Si sedette, domandandosi dove poteva essere il corridore. Probabilmente, si trovava alla cena con il resto della corte di Papà. Gli piaceva fare la concessione ai miseri mortali di stare tra di loro. Non pensava più a lui come a un angelo. Dopotutto sapeva il suo nome ormai, e conosceva anche la sua storia (Toy le aveva raccontato tutto quello che sapeva). Era da tempo che non lo considerava più un dio. Era quello che era - Martin Francis Strauss - un uomo dagli occhi cerulei; con una ferita sulla guancia e dalle mani eloquenti, come quelle di un attore, però non sarebbe potuto essere un bravo attore: i suoi occhi lo tradivano.
Poi sentì di nuovo il tocco e questa volta sentì con chiarezza che si trattava di dita che le sfioravano la nuca, come se l'inizio della colonna vertebrale fosse stato stretto dal pollice e dall'indice di qualcuno. Era un'illusione troppo assurda, troppo reale per essere negata.
Andò a sedersi davanti alla toeletta mentre tremiti incoercibili le percorrevano il corpo. Era soltanto la conseguenza di una dose di cattiva qualità? Non aveva mai avuto problemi prima: l'ero che Luther le comprava dai suoi fornitori di Stratford era sempre di ottima qualità: Papà se la poteva permettere.
Va' a letto e sdraiati, si disse. Anche se non riesci a dormire, resta distesa. Ma il letto, mentre si stava voltando nella sua direzione, si allontanava, tutto il contenuto della stanza si raggruppò in un angolo come se fosse stato tutto dipinto su una tela scostata da una mano nascosta.
Poi sentì nuovamente le dita sul collo, più insistenti questa volta, come se volessero entrare nella carne. Si diede un colpo vigoroso sulla nuca, maledicendo Luther per la pessima provvista. Probabilmente si era messo a comperare eroina tagliata invece di quella pura e si intascava la differenza. La rabbia le schiarì la mente per qualche minuto, e non successe nient'altro. Si incamminò verso il letto, appoggiando, per orientarsi, le mani sulle pareti a fiori. Cominciava a tornare tutto a posto; la stanza riacquistò l'aspetto di sempre. Sospirando di sollievo si sdraiò senza coprirsi e chiuse gli occhi. C'era qualcosa che ballava all'interno delle palpebre. Immagini si formavano, si disperdevano e si riformavano. Non le procuravano la minima sensazione: erano soltanto degli sprazzi, soltanto delle immagini. Le osservava con l'occhio della mente, ne seguiva le veloci trasformazioni, senza accorgersi che le dita invisibili erano tornate sul collo e si stavano insinuando dentro di lei, con tutta la bravura di un massaggiatore esperto.
E poi si addormentò.
Non sentì i cani abbaiare: li sentì Marty. All'inizio era solo un guaito solitario, che arrivava da qualche parte a sud-est della casa, ma l'allarme generale venne dato dal coro che seguì subito dopo.
Si alzò di scatto dalla poltrona davanti al televisore spento e si precipitò alla finestra.
Si era alzato il vento. Probabilmente aveva fatto cadere qualche ramo morto che era andato a disturbare i cani. Aveva notato qualche olmo morto che aveva bisogno di essere abbattuto negli angoli della tenuta: forse il colpevole era proprio uno di loro. Ma era meglio andare a dare un'occhiata. Attraversò la cucina e accese i monitor, osservando tutta la lunghezza della siepe. Non c'era niente. Comunque, i monitor a est dei boschi non trasmettevano immagini. I puntini bianchi e neri stavano al posto del prato illuminato. Tre degli schermi erano fuori uso.
« Merda », bofonchiò. Se era caduto un albero, e sembrava la spiegazione più naturale, avrebbe avuto un bel lavoro manuale da fare. Comunque era strano che non fossero scattati gli allarmi. Qualsiasi cosa fosse caduta, doveva anche aver interrotto il circuito sulla siepe: eppure le sirene non erano entrate in funzione. Prese l'eschimo appeso all'attaccapanni dietro la porta, una torcia e uscì.
Tutte le luci della siepe erano accese e in funzione. Si incamminò in direzione dei canili. Il tempo era mite, nonostante il vento: la prima notte tiepida primaverile. Era contento di farsi una passeggiata, anche se non sapeva a che cosa andasse incontro. Potrebbe anche non essere stato un albero; forse soltanto una mancanza di corrente. Niente è perfetto. Lasciò la casa alle spalle e le luci alle finestre rimpicciolirono. Tutto attorno a lui era oscuro. Si trovava esattamente a metà strada tra le luci della casa e quelle della siepe, e gli sembrava di camminare in un deserto con la torcia che illuminava solamente fino a un paio di metri davanti a lui. Nei boschi, il vento aveva uno strano rumore; poi il silenzio.
Infine raggiunse il punto della siepe da cui pensava di aver sentito il latrare dei cani. Le luci funzionavano tutte: non c'era nessun segno di intrusione. Ma, nonostante la compostezza della scena, qualcosa nella notte, nel vento dolce sembrava essere strano. Forse il buio non era così invincibile, dopotutto, forse il tepore non era così naturale per la stagione. Sentiva un nodo allo stomaco e aveva la vescica piena di birra. Era irritante constatare l'assenza completa di cani. O si era sbagliato nell'immaginare il posto di provenienza dei latrati oppure si erano spostati all'inseguimento di qualcosa. Gli venne quello strano pensiero, all'inseguimento.
I riflettori sui pali della siepe oscillarono per una folata di vento: la scena ballava vertiginosamente sotto la luce instabile. Decise che non era il caso di proseguire ancora con la vescica in quelle condizioni. Spense la torcia, se la mise in tasca, si sbottonò i pantaloni, andò all'ombra della siepe, dove l'illuminazione era meno diretta. Pisciare sull'erba fu un tale sollievo che emise un piccolo grugnito di piacere.
Qualche metro più in là, la luce si stava indebolendo. All'inizio pensò si trattasse di uno scherzo del vento. Ma, in effetti, stava veramente abbassandosi. E, nel frattempo, sulla destra della siepe i cani ricominciarono ad abbaiare con rabbia e panico.
Non riusciva a sospendere di pisciare, una volta incominciato, e per qualche secondo dovette sottostare ai capricci della vescica. Poi, si riabbottonò e cominciò a correre in direzione dei latrati. Contemporaneamente, le luci tornarono a essere forti come prima, gradualmente, mentre i circuiti elettrici ronzavano. Ma erano troppo distanti l'uno dall'altro per offrire un'illuminazione sufficiente e rassicurante. Erano intercalati da pezzi di oscurità piuttosto rilevanti, tanto che su dieci passi, soltanto uno veniva fatto nell'illuminazione più completa. Nonostante la paura che lo stava assalendo, correva come un matto. Luce, buio, luce, buio...
Più avanti, si stagliò una figura. Un intruso veniva illuminato marginalmente dal raggio di luce di uno dei riflettori. C'erano cani dappertutto, ai suoi piedi, sul torace, intenti ad azzannarlo e a sbranarlo.
Marty si rese conto di assistere a un massacro. I cani erano infuriati, e azzannavano l'intruso con tutta la furia di cui erano capaci. Stranamente, nonostante l'accanimento, tenevano la coda in mezzo alle gambe ed emettevano guaiti, mentre si stringevano in circolo, leggermente impauriti. Si accorse che Job non partecipava nemmeno all'attacco: indugiava sulla scena, tenendo gli occhi socchiusi, per osservare le gesta degli altri.
Marty cominciò a richiamarli per nome, servendosi dei richiami forti e secchi che Lillian gli aveva insegnato.